Storia

CONFINI

Pubblicato il 16 Aprile

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ZERO CONFINI
Certi appuntamenti con il destino dovrebbero essere fissati a partire dall’equinozio d’inverno e terminare quando forte è l’odore di giugno. Durante l’estate ci sono incombenze che non lasciano spazio a divagazioni, distrazioni o svaghi ludici ne’ tantomeno tragici. Il grano, i campi di grano, gli orti, gli animali e i vicini di casa da aiutare in vista dello sverno… E poi un giorno, e non ricordi nemmeno come, sbarchi in un posto di campagna a primavera salutata. Ci approdi d’estate, quando il sole t’accompagna dalla mattina quando mangi qualche pezzo di pane bagnato con il latte fino alla sera quando sul davanzale della finestra vedi le prime lucciole e per fare uno scherzo a tuo fratello le raccogli in un bicchiere; poi di notte gliele metti vicino. E se poi, il posto di campagna si chiama come un santo devoto alla madre di Gesù e intercetti un crocchio di giovani donne, allora la faccenda si complica con intersezioni emotive angolari e non previste; una delle giovani donne è un po’ meno giovane delle altre, ma occhi che sanno superare i limiti della vista umana, soccorsi dall’impeto di una facile immaginazione, le riconoscono da lontano un paio di gambe lunghe e tornite come fusti di ciliegio. E ciò che non si vede viene poi incoraggiato da ciò che invece è visibile e allora l’atto creativo mentale e privato acquista la forza della certezza anzi diventa certezza ancora prima di ottenere conferma attraverso il dato empirico e plurisensoriale del contatto. Non la vedi la carnagione che si mantiene del colore del pelo d’agnello o della ricotta ancora calda anche quando i raggi solari le perpendicolano sul capo a Mezzogiorno? Non la vedi anche da una distanza relativa, la curvatura bacino, fianco, glutei, cosce, quando di domenica, lungo il confine dell’aia, consente una flessione armata per estirpare gramigne e ortiche? I denti di leone, i soffioni o qualche ramo di salvia cresciuto per caso, quella non più tanto giovane che fingi di non sapere ancora come si chiami, li salva e li mette sopra il muro di cinta augurandosi di ricordarseli e di non lasciarli morire là sopra.

Allora per tutta questa serie di ragioni, si può anche salire in sella ad una bicicletta e percorrere insieme ad un fratello compiacente, circa venticinque chilometri di strada sterrata. Quando i due fratelli arrivano a S. Mariano, i paesani vogliono avere notizie dai cittadini sui cittadini. Notizie dai cittadini sulla città, sulla fabbrica, sulla guerra, sula fabbrica adesso che c’è la guerra. Allora due fratelli: Gino e Bruno possono anche fregarsene della fatica, della polvere bianca della strada che riempie le tasche dei pantaloni, dei fascisti come cani sciolti e persino dei tedeschi.

PRIMO CONFINE
“Ritorniamo a S. Mariano domenica pomeriggio. Sarai in piazza?”

“Non lo so”

“Ma l’altra domenica ci stavi …”

“E la prossima domenica forse non ci starò perché non è mica detto che se uno ci sta la domenica precedente ci stia pure la domenica successiva e poi dipende da Olimpio.”

“E chi sarebbe Olimpio?”

“Posso perdonare la memoria corta ma non la distrazione; e poi esiste un problema Esarà meglio che te lo dica subito così ci togliamo il pensiero: odio i romantici di notte e gli stronzi di giorno…”

“Stronzo di giorno solo perché non so chi sia Olimpio”

“Solo perché avendo la lingua troppo lunga, sei più impegnato a parlare che ad ascoltare. Comunque Olimpio è mio fratello gemello. E lo devo chiedere a lui se posso venire in piazza oppure no e se poi preferissi fare la discesona ed andare a prendere l’acqua con Nilde? A noi l’acqua occorre e ce la dobbiamo andare a prendere fino al fontanile. E se poi mi andasse di fare un giro sulla canna della bicicletta di mio padre? E se invece volessi arrivare fino al Cimitero per portare i papaveri e le bocche di lupo dentro la cappella dove è sepolta Ester? Insomma se nelle intenzioni, vi fosse la possibilità di essere altrove e di voler fare qualcos’altro piuttosto che stare in piazza? Se poi domenica vieni a S. Mariano con Bruno, tenta di chiudere la bocca una volta tanto. La sera ci sarà la festa patronale. Il compare Giovanni, Rodolfo e Adelmo portano la fisarmonica così vi fanno cantare e ballare. Almeno, chi non riesce a tacere…”

“…Almeno può cantare, dici tu, eh Clè?”

“Ma sì che tanto a te riesce bene anche perché sta a vedere che Adelmo oltre alla fisarmonica porta anche il vino e tu e l’uva andate d’accordo, ma mica quella in grappoli, intendo…”

“E poi senti non mi chiamare Clè che mi ci chiamano solo Olimpio e mio padre.”

“No ho sentito che ti ci chiama anche Eva, la moglie di tuo padre”

“La moglie di mio padre era solo Ester, mia madre. Eva è stata solo il rimpiazzo.”

“Ah a proposito di mogli, Clè, ci sposiamo?

“Ma quando?”

“A dicembre”

“Ma se ci sta la guerra?”

“Bè?”

“Bè? Una paio di corna tue… Comunque non lo so, dillo ad Olimpio e a mio padre…”

“Allora lo vedi romantico di giorno e romantico di notte”

“Mettiamola così: romantico di notte e scemo di giorno… Comunque dillo a mio padre e ad Olimpio e per quanto riguarda domenica, se ci riesci, tieni la lingua al suo posto che io a te t’ho capito da un pezzo.”

CONFINE SECONDO
Gino e Bruno hanno imparato a partire da casa appena pranzato per riuscire ad essere a S. Mariano alle cinque del pomeriggio quando Don Pericle fa suonare le campane da Alfio lo scemo. Alfio sa contare proprio fino a dodici tanto le campane più di dodici rintocchi non li possono suonare. Gino glielo ha chiesto a Cleofe perché Alfio lo scemo è così scemo; ma Gino ha comunque deciso che non chiamerà più “scemo”, Alfio lo scemo. Cleofe gli ha detto di non saperne un accidente della storia di Alfio e che neanche gli sia mai interessata la faccenda perché a lei, le faccende dei paesani non interessano. Quando il padre di Alfio va di domenica a Roma a trovare con la corriera sua madre, chiede ad Alfio quanti cocomeri vorrebbe che riportasse a casa e allora Alfio risponde dodici; a quel punto suo padre sfodera la battuta consueta dalla faretra della consuetudine prosaica: “Ah dodici? Come i dodici amici di quel povero Cristo…”. E Alfio ride almeno fino a quando non corre da Don Pericle a suonare le campane che segnano le dodici.

A Cleofe interessano solo le vicende intime sue e delle sue poche amiche, suo fratello Olimpio, i ciclamini che crescono sulla ripa in fondo al Paese, gli asparagi e i funghi che raccoglie anche senza cercarli, le ginestre e i rovi di more, i cavalli di suo padre, ma non quelli che poi suo padre vende, ma quelli che lascia liberi sulla radura dietro la chiesa alta. Ha saputo che uno dei due fratelli che vengono da un po’ a San Mariano si chiama Gino; arrivano con la bicicletta tanto che quando arrivano in cima alla salita del Paese si rinfrescano alla fontana e la sorprendono con i loro fazzoletti bianchi che estraggono dalle tasche dei pantaloni. Glielo ha detto anche Nilde che Gino e Bruno hanno ogni domenica un fazzoletto pulito nella tasca dei pantaloni o nel taschino della camicia. Gildo le ha spiegato che la loro è eleganza sciolta, naturale come la pelle con cui si nasce, fisiologica; Cleofe sa di avere un parametro di valutazione singolare e pericoloso per mettere il suo visto sulle persone concedendo loro uno speciale passaporto d’ingresso. Il suo è un pregiudizio olfattivo; a volte le sembra così ancestrale ed animalesco che finge di non tenerlo in considerazione anzi di non averlo proprio, ma poi quello riprende il sopravvento e la fa sentire bestia tra le bestie, parte di un mondo arretrato e rurale senza scampo ne’ salvezza. Gildo ha pantaloni con la piega davanti e i capelli non hanno odore d’ovile, ma restituiscono solo quello del vento e delle ginestre incontrati lungo la strada. Le mani somigliano alle radici sporgenti dell’ulivo davanti all’ingresso di casa sua.

CONFINE TERZO
E’ domenica: Gildo e Bruno arrivano a S. Mariano.

In Piazza, la festa è cominciata, ma sembra che solo Alfio, Adelmo, Giovanni e Pietro lo storpio abbiano preso sul serio la musica della fisarmonica. Don Pericle, con il solito ghigno muto, se ne sta seduto sul bordo sporgente dell’abside della Chiesa dove un cono d’ombra ed il cappellone a falda larga nero da prete lo tengono al riparo dal sole. Nessuno a S. Mariano ricorda come Don Pericle sia arrivato in collina. Forse era appena passato il Venti; S. Mariano era stato per lui un premio di buona condotta per la sua attività di delatore, spia fascista, strozzino: amena e tranquilla località di campagna, aria buona, gente semplice e non troppo distante dalla Capitale. Le madri dalla mattina erano state ad impastare il pane nella canonica e poi lo avevano cotto nell’unico forno a legna abbastanza grande del Paese: quello di Don Pericle come ovvio. Le ragazze avevano raccolto fascine tutto il giorno per l’accensione del grande fuoco serale e Cleofe si era caricata anche tre otri d’acqua in testa.

Quando Gino e Bruno arrivano, gli amici del Paese, li accolgono con grida di furore e fischi di benvenuto. Adelmo allora lancia un grido da lontano e sbaglia pure la sequenza di note da ballo con la fisarmonica, ma tanto non se ne accorge nessuno e chiede: “Oh allora che dicono giù, la vincemo ‘sta guerra?”. Non fa in tempo a finire la domanda che Gino, capita l’antifona, è già pronto a rispondere: “La vincemo? La perdemo ‘sta guerra anzi conta che l’avemo già persa. Viva la libertà. Sona va’ che è meglio”.

Tutti hanno sentito la domanda e tutti la risposta. Nel frattempo, Adelmo s’è ricordato la melodia della canzone, del resto era da Natale che non la suonava e così la riprende da capo e gli altri due musicanti s’accodano.

30-09-1940: IL CONFINO
Moroni Gino, nato a TorreCapo, il 21 ottobre del 1912, elettricista, antifascista riceve un’ordinanza di assegnazione al Confino emessa dalla Commissione provinciale nel luglio del 1940 per disfattismo politico essendosi pronunciato, in località San Mariano, a sfavore della guerra condotta. Proprio in località San Mariano, due carabinieri prelevano il disfattista e lo conducono a Roma per lo smistamento degli avversari politici.

Don Pericle sa di aver fatto un buon lavoro e con il solito ghigno è di nuovo seduto sul bordo esterno dell’abside della chiesa dove un cono d’ombra ed il cappellone nero a falda larga da prete lo tengono al riparo dal sole.

Cleofe sa di non aver fatto un buon lavoro o meglio sa che l’avrebbe fatto se solo una testa d’asino l’avesse ascoltata. Glielo aveva detto di tenere la lingua apposto. Quella lingua lesta e senza timori tuttavia aveva fatto in tempo a chiedere a Orlando, suo padre, se a dicembre si fosse potuto preparare un pranzo. Uno di quei pranzi che si preparano per un uomo e una donna; quelli in cui in mezzo alla tavola si mettono terrecotte riempite d’acqua con dentro le ginestre raccolte lungo la ripa che per arrivarci, si scorticano i polpacci ed all’occorrenza conviene portarsi dietro un falcetto purché sia tagliente. Se poi un confinato, a Pisticci persino, torna in inverno, due anni dopo l’ultima volta, allora nelle terrecotte in un pranzo speciale di metà dicembre all’acqua di fonte si mescolano piccole gocce di gioia per la certezza che dalla guerra nascerà un figlio.

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