Narrativa

La verità di mia moglie

Pubblicato il 8 Maggio

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“Non può portare a spasso Giobbo perché è troppo stanco, ha lavorato finora il Signorino. Oh povero… è stanco LUI, eh sì! Stare sei ore seduto dietro a una scrivania e doversi alzare ogni tanto per andare in bagno o a prendere il caffè è stancante, poverino. Mica è fortunato come ME, che devo solo alzarmi prestissimo tutte le mattine per preparare la colazione a LUI, agli ospiti, riassettare la SUA casa, gli appartamenti, far la spesa, occuparMI dei figli…”.

Tutti i pronomi erano stati pronunciati, ovviamente, in maniera sonora, scandita e con un tono sarcastico – devo ammettere – un tantino esagerato.

Quel discorso l’avevo sentito già molte altre volte e quindi l’ascoltavo distrattamente pensando ad altro in attesa del solito gran finale. Mentre parlava continuavo a guardare mia moglie e intanto già m’avviavo a prendere il guinzaglio di Giobbo. Ma questa volta… questa volta il finale fu diverso, tale da lasciarmi attonito, senza parole.

Sì sì, il copione era lo stesso delle volte precedenti “sposata troppo giovane… i bambini… cresciuti da sola… sempre troppo occupato… il lavoro… il ‘professorone’… i tuoi compagni di studi, ah loro sì che… donna di servizio…” stavo attendendo il canonico “Quindi ora porta fuori il cane sennò mi senti!”. Invece inaspettata arrivò una domanda – anzi! – ‘LA’ domanda. Con uno sguardo che avrebbe potuto anche sembrare cattivo, mia moglie mi chiese (gridando): “Vuoi sapere qual è la VERITÀ?”.

La verità, secondo mia moglie, era che io non ero più quello che lei aveva conosciuto, quello di cui s’era innamorata e per cui aveva abbandonato tutti i suoi sogni. Ero diverso – e da un pezzo ormai – e la colpa di tutto, secondo lei, era del suo essere stata verso di me troppo condiscendente. Sì, per amore, senso del dovere, per i figli… e altri certamente validi motivi che ora sinceramente non ricordo, lei aveva lasciato che io l’avessi condotta a vivere una vita che lei non avrebbe voluto.

Il venire a conoscenza di questa verità, il vedermi sbattuto in faccia un ritratto a tinte fosche della verità, il cercare di spiegarmi cosa significasse, cosa s’intendesse indicare in generale col termine Verità, iniziò silenziosamente a scavare nella mia coscienza una voragine che avrebbe inghiottito tutti i miei pensieri per il resto della giornata. Il ricordo degli studi (oziosi) all’università, delle mille domande senza risposta che mi ero posto relativamente a quest’argomento. Dalle profondità del tempo grigie facce ammonenti di filosofi barbuti apparivano a ribadirmi, concetti e teorie. Quella galleria di teorie, quel flusso disordinato di facce parlanti sparì bruscamente quando alla mia coscienza s’affacciò la faccia di mia moglie che con un viso un po’ irato e un po’ rassegnato, gridandomi qualcos’altro che non capivo, mi riportava alla realtà spingendomi una spalla e facendomi girare verso la porta. Ebbi appena il tempo di vedere i suoi occhi fiammeggianti sul suo volto irato, prima d’udire la sua voce squillante come le trombe di Gerico il suo terribile: “Porta fuori il cane!”.

Mentre guadagnavo l’uscita pensando a come mia moglie, in verità, non fosse MAI stata verso di me condiscendente, vidi Giobbo che scodinzolava vistosamente, aveva sentito odore di passeggiata già dalle prime grida di mia moglie!

Zampettava freneticamente battendo le unghie sul parquet e teneva le zampe posteriori leggermente piegate ‘sì che non si capiva se volesse sedersi o stare in piedi. Col muso ritto e ciondolante e la bocca semiaperta, teneva i suoi occhi fissi nei miei impazientissimo di essere allacciato al guinzaglio e di essere condotto fuori.

Non è che mia moglie faccia una vitaccia – no! – anzi. Io mi diplomai una vita fa all’istituto per geometri prima di iscrivermi – la coerenza non è mai stata tra le mie virtù – alla facoltà di Filosofia. Non fu una scelta logica lo so, ma questo mi comandò il cuore e i miei genitori potevano permettersi di mantenermi all’università. Pensavano, chissà, che avrei comunque potuto diventare ‘professore’ un giorno (un professore!).

Ciò che poi accadde nella mia vita furono una serie di accadimenti che si succedettero in maniera imprevista ed incontrollata. A ricordarli oggi – strano – par quasi che siano passati pochi giorni da allora, e invece…. Conobbi Silvia durante il primo anno di università. Non eravamo iscritti allo stesso corso di laurea, ma le nostre facoltà si affacciavano sullo stesso cortile. L’amore ci strinse in un abbraccio improvviso… un po’ troppo ci strinse. Il primo figlio arrivò forse un po’ troppo presto. Entrambi dovemmo modificare le nostre aspettative. La necessità di un lavoro a me, geometra figlio di geometri, aprì le porte ad un lavoro impiegatizio nel catasto del mio comune.

Pochi minuti dopo – in realtà trascorsero ben sei anni – arrivò pure la seconda figlia.

La morte dei suoceri ci rese proprietari – pace all’anima loro – di una piccola casa. La piccola casa venne trasformata in un bed & breakfast, il “Giobbo resort”. Costituito da ben due minuscoli appartamenti da affittare a qualche visitatore in vacanza nella nostra città è la piccola attività di cui si occupa mia moglie.

I nostri figli sono oramai cresciuti. Bene credo. Sono entrambi sposati. Eh sì, sono nonno di tre nipotini. Mia moglie chiama tutti quanti almeno una volta al giorno pensando, evidentemente, che altrimenti non potrebbero tirare avanti senza i suoi preziosi consigli.

Forse è per questo che le nostre “amate creature” ci regalarono Giobbo un Natale di qualche anno fa. Il nome fu scelto dal primo nipotino che forse avrebbe voluto dire Zorro ma non c’era riuscito. Prelevato cucciolone da un canile, bastardino – anzi, bastardo, perché crebbe molto più di quanto ci dissero che sarebbe cresciuto – entrò subito a far parte della famiglia.

Le telefonate di mia moglie ai suoi figli, almeno per i primi mesi da questa grande novità, aumentarono invece che diminuire perché lei riteneva necessario aggiornare tutti in tempo reale sullo stato di salute, sulla crescita, sui nuovi giochi e sui comportamenti dell’ultimo arrivato. Non nascondo come questo effetto ‘collaterale’ rappresentasse per me altro che una piccola soddisfazione.

Giobbo ha ora circa 10 anni il che, rapportato alla durata della vita umana, significa più o meno… – non ricordo mai il fattore di equivalenza-. Comunque sia, tornando a noi, il buon Giobbo io l’ho sempre portato a spasso volentieri. È un buon cane. Tranquillo, mansueto, non corre troppo, non strattona e poi mi piace da impazzire quel suo modo di notare le cose come se fosse sempre la prima volta.

Obbedendo all’imperativo di mia moglie esco dunque di casa col nostro cagnolone. “Giobbo, dove andiamo oggi? per di qua o per di là?”. Lui mi guarda. “Di qua dai, stavolta andiamo di qua”. Mi guarda ancora. All’inizio è un po’ stupito perché non sto imboccando la solita strada, ma dopo alcuni passi si convince anche lui e comincia a scodinzolare. Mentre camminiamo Giobbo ogni tanto annusa il marciapiedi o le fronde che spuntano dai giardini che sfioriamo camminando lungo la via. Ogni volta, ad osservarlo, par che in verità quello che annusi in quel momento sia l’odore più interessante che abbia mai sentito. Annusa e riannusa tirando su forte col naso e poi, d’improvviso, perde interesse e riprende a seguir la strada fino a poco più oltre ove la cerimonia si ripete di nuovo.

E così mi lascio trasportare un po’ come un palloncino tirato da un bambino, con la testa che vola tra le nubi grigie sopra i tetti dei palazzi. La città, dall’altra parte della strada, s’allunga grigia verso l’alto e verso l’orizzonte. Sui muri grigi delle case grigie ogni tanto qualche scritta, alcune indecifrabili. Una data memorabile per M. e D. il 1 Agosto 1997… “Buono Giobbo. Buono non tirare, siamo quasi arrivati”.

Mentre dico questo al cagnolone, noto una scritta sul pilone di cemento del sottopasso stradale disegnata con uno spray blu chissà quando. Non so chi l’abbia scritta ne’ perché, ma quello che leggevo sembrava fosse stato scritto apposta per me. La scritta recitava “La verità è quello in cui si crede”.

Era così? È davvero così? La verità è davvero ciò in cui si crede? Evidentemente per mia moglie dev’essere così. È evidentemente una metafisica lei. Col suo atteggiamento pratico verso le cose lei, in maniera inconsapevole, si schiera dalla parte degli aristotelici: «dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero»[1]. Ma cosa significa dire “ciò che è”? Significa «dire gli enti come sono»[2]. Ma come sono gli “enti”? Esistono teorie definitivamente e assolutamente vere che permettano di definire una volta per tutte il concetto di “Verità”? La risposta è “No” perché tutto cambia, anche la verità! “La verità è che la verità cambia” scrisse una volta Nietzsche.

Chiaramente sulla Verità si possono fornire “teorie” più o meno approssimate che siano quindi più o meno facilmente “verificabili” o “falsificabili”, ma tutte queste Teorie, per forza di cose, potranno solo essere sempre relative allo stato attuale delle conoscenze e sempre riferite ad particolare settore, o contesto, in cui (solo) si possono applicare (si pensi, per fare un esempio, alle scienze mediche o alle dinamiche dei rapporti interpersonali o alla stessa idea o concetto di individuo).
Significa allora che la stessa Verità sia da considerarsi provvisoria o che sia solo il risultato di un progressivo processo di approssimazione? No, perché in ogni teoria sulla Verità ciò che è provvisorio, incompleto e relativo è solo il valore di verità che noi possiamo attribuire a quella teoria e non la Verità come tale. E tutto questo non è affatto in contrasto con la concezione classica della verità, per la quale ci sono verità necessarie, corrispondenti a stati di cose immutabili, e verità contingenti, corrispondenti a stati di cose mutevoli.[3]

Dire che una verità è contingente, che dipende cioè da una situazione momentanea, non ne implica assolutamente il cambiamento di significato ma solo la valenza temporale. Riferendosi ad uno stato di cose che muta, un enunciato vero nel momento t potrà risultare falso nel momento t+dt in cui un altro enunciato assumerà il valore di verità (contingente). Tuttavia, in ciascuno dei due momenti t e t+dt un enunciato è vero, mentre quelli diversi da esso sono falsi.

Dunque cos’è il vero, cos’è la verità? È mai possibile poter definire la verità? No e il perché è semplice; perché qualunque definizione della Verità si desse, essa dovrebbe comprendere tutto l’esistente, comprendere IL tutto. Se ora io salissi su quel muretto – “Sì sì Giobbo, vuoi giocare? Dai! Guarda che bella pigna, la vuoi, la vuoi? Vai, pendila!” – se ora salissi su quel muretto e mi mettessi a gridare “Gente ascoltate, ascoltatemi! Io so cosa sia la Verità? La verità è il Tutto!” beh, io credo chi mi udisse resterebbe quantomeno perplesso e, nel migliore dei casi, mi farebbe notare che quella appena gridata altri non era altri che una tautologia. Dire “Gente! In verità in verità vi dico che La Verità è La Verità”, oppure “Tutto il Tutto è il Tutto”. Può sembrare bello, ma… Ma che significa? Nulla.

La cosa assurda è che io, anche volendolo, non potrei in alcun modo spiegarlo altrimenti. Non potrei mai dire, ad esempio, che la verità “è simile a” o “è più o meno uguale” o “assomiglia” a qualcosa perché questa sarebbe solo la descrizione di un’approssimazione! Una cosa o è vera o non lo è. Quando credo vera una cosa che è solo un’approssimazione della realtà ecco che io ho trasformato la Verità in Realtà.[4]

La realtà è solo il riflesso della Verità e la Verità non ha una forma nota. I contorni visibili della Verità (che sono la realtà) si manifestano e variano a seconda di come noi la intersechiamo col nostro piano della conoscenza. La realtà è visibile dagli occhi e spiegabile con un processo mentale, la realtà ha a che fare coi sensi comandati dalla nostra parte razionale la Verità no.

L’amore nell’istante iniziale! L’amore nell’istante iniziale, quando scocca la scintilla tra due anime che mai prima d’allora s’erano incontrate, quella è la Verità! Poi, col tempo – poco in realtà – a quello ch’era Verità subentra la realtà e quindi la consuetudine, la convenienza, la ricerca d’equilibrio…. Ecco, mia moglie confonde la realtà con la verità, e per questo mette in dubbio anche l’amore.

“Bravo Giobbo bravo! Dai, ancora una volta, sempre più lontano, vaaai! Bravo!”

Eccolo là, guarda come corre spensierato e scodinzola. Si sarà mai chiesto lui cosa sia la verità? Forse non ne ha bisogno, forse la sa riconoscere senza doverla prima immaginare e per questo può seguire a perdifiato la parabola discendente di quella pigna volante come fosse la cosa più importante al mondo in quel momento. Sa che la pigna dovrà cadere prima o poi e se ciò non accadesse – potrebbe restare impigliata tra le fronde di un albero o finire in qualcuna di quelle brutte siepi laggiù in fondo – beh, penserebbe “Oh disdetta, e ora che si fa? E pensare che oggi è stato il giorno più bello della mia vita.” E poi tornerebbe da me e mi direbbe: “Allora, che facciamo ora? Giochiamo col bastoncino? Andiamo ad annusare i cespugli laggiù? No, ho voglia del mio plaid… torniamo a casa? Dai, dai!”

Strano parco quello in cui siamo venuti a passeggiare oggi. Più lontano dalla città rispetto all’altro, meno curato. Qualche pino, qualche cipresso, un olmo, un platano, una vecchia quercia, ignoti cespugli giù in fondo e radi ciuffi d’erba gialla a formare un prato, un po’ triste, distribuito a macchia di leopardo. “Si sta facendo buio, Giobbo. Sarà, meglio tornare a casa. Oggi poi non ho neanche pranzato”.

All’uscita del parco, lungo il muretto che lo delimita dal lato del marciapiedi, forse in risposta alla frase che avevo letto entrando nel parco, vedo scritto: “Sai cos’è la verità? É quella follia in cui crede il mio vicino”[5]. Era l’inizio di una citazione che dovevo avevo letto da qualche parte in gioventù. La citazione completa si concludeva con “Se voglio diventargli amico devo chiedergli in cosa crede. Lui me lo dice ed io gli dico: «Sì, sì, è proprio vero!»”.

Quando sarò a casa parlerò con mia moglie. Dovremo provvedere a intersecare diversamente il piano della verità con quello delle nostre conoscenze. Dovremo cambiare un po’ la nostra visione della realtà (o forse le nostre conoscenze).
“Dai Giobbo andiamo, torniamo a casa.”


[1] Aristotele
[2] Platone
[3] Enrico Berti, “Verità e filosofia”.
[4] Osho, “Cos’è la verità?”.
[5] Kurt Vonnegut, “La colazione dei campioni”

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