Narrativa

L’INVERNO NELLA CAVERNA

 

Non piove da molti mesi ormai sul nostro villaggio. L’inverno è alle porte e l’autunno non è stato altro che il prolungamento dell’afosa estate. Ma alla natura serve il ciclo intero. Non si può rinascere che dalla morte. Ed essa aleggia sulle nostre teste vestita di foglie secche e persino il suo manto è meno gelido. Si dice che sia colpa di una maledizione: pare che una strega abbia rinchiuso un demone sulla montagna e l’abbia condannato a finire i suoi giorni tra i ghiacci dell’inferno qui sulla Terra. Così, l’inverno e i suoi frutti sono bloccati all’interno della grande caverna in cima al Monte Niebelskij. Non sappiamo come spezzare la maledizione. Chiunque possa aiutarci, verrà ricompensato lautamente”.

Lohk stringeva tra le mani il bando trovato sulla bacheca degli annunci del villaggio di Sulthanna, poco distante dal Passo del Lupo che divideva il territorio abitato dagli insidiosi boschi. In effetti, a terra c’era ancora un manto di foglie gialle. Piuttosto insolito in quel mese dell’anno. Persino le regioni più a sud ormai avevano visto le prime nevi. Spezzare la maledizione di una strega avrebbe richiesto molte ricerche e molto impegno, ma l’inverno imminente l’avrebbe rallentato e avrebbe rallentato i suoi profitti. La vita del cacciatore di taglie offriva molte libertà, ma poco denaro per godersele. Magari sarebbe bastato uccidere il demone in cima alla montagna. Valutò il monte con una rapida occhiata: sicuramente c’era della magia a rendere l’aria così densa e impregnata dell’odore marcio del terreno. Una precauzione per scoraggiare gli avventurieri. Il cammino era lungo ed impervio, ma senza la neve a intralciare il suo cavallo sarebbe sicuramente arrivato in cima in un paio di giorni, soste comprese. Lohk si coprì naso e bocca con la maschera che usava di solito contro i miasmi, tirò su il cappuccio e spronò il bruno cavallo. Il demone lo aspettava.

 

L’aria non accennava a migliorare nemmeno tra le conifere sempreverdi, a molti metri di altezza. Anche le piante sembravano soffrire della mancanza del freddo. Non un alito di vento a rinfrescare il viso dal putridume della terra. Era come se l’erba stessa, con quel caldo, tentasse di rinascere, ma finisse schiacciata dal peso del marcio tappeto di terriccio. Dopo due giorni era a malapena a metà strada. Il cavallo era sempre esausto, e anche per il cacciatore di taglie la scalata si faceva più difficile ad ogni metro. Lohk iniziava a pensare che ci fosse di più dietro una maledizione simile, curata con così tante protezioni. Perché la strega avrebbe dovuto darsi tanta noia invece di uccidere il demone? Mentre sgranocchiava un po’ di carne secca davanti a un piccolo falò, Lohk udì il rumore dei rami spezzati poco dietro di lui. Spense il fuoco coprendolo con l’umido terriccio con un rapido gesto del piede, mentre la mano correva alla lama. “So che sei lì. Vieni fuori” disse perentorio. I muscoli pronti allo scatto. Ma da dietro un albero spuntò timidamente fuori il viso di una fanciulla. Lohk rimase sorpreso nel vederla avanzare completamente nuda verso di lui. La pelle diafana quasi brillava alla luce della luna. Gli occhi grandi scintillavano e i capelli biondi e lunghissimi, cinti da una corona di vischio, le nascondevano i piccoli seni. Di certo non era un’umana.

“Se sei qui per sciogliere l’incanto della montagna, devo chiederti di andartene” sussurrò la ragazza con voce suadente. Lohk fu tentato di accettare, ma sapeva che anche quello era un incantesimo.

“L’hai lanciato tu?”

Lei scosse la testa: “Io volevo solo vendicare l’onta che ho subito. Avrei ucciso l’uomo che mi ha tradita e poi sarei stata libera. Ma la strega ci ha condannati tutti”.

Lohk non tolse mai la mano dall’elsa: “Sei… una wila. Uno spirito vendicatore”.

“E non posso lasciare questo mondo finché il debito non sarà pagato col sangue. Ma non è il tuo sangue che voglio, mortale. Vattene”.

“Gli abitanti del villaggio chiedono l’inverno. La natura ha bisogno di equilibrio”.

“Così come le anime. È proprio l’equilibrio che cerco”.

“Non c’è modo in cui possa aiutarti?”

“Il mio traditore va ucciso. È questo il prezzo per la mia libertà”.

“Ma così la maledizione non verrà spezzata dato che non l’hai lanciata tu, dico bene?”

La wila staccò un rametto di vischio dalla propria corona e iniziò ad agitarlo nell’aria come se danzasse. Lohk sguainò la spada e la puntò alla gola della creatura, ma quella non si scompose.

“Se davvero vuoi rompere la maledizione, o almeno provare, dovrai lasciarmi in vita” e, ciò detto, sfiorò il viso del cacciatore con il suo vischio e scomparve. Di lei rimase l’eco delle sue parole e un soffio sul volto di Lohk, che cadde in un sonno profondo. Al suo risveglio, egli si rese conto d’aver perso un’altra mezza giornata di cammino. Montò faticosamente a cavallo, ancora spossato dall’incontro notturno. Come immaginava, la situazione era più complicata del previsto.

 

Finalmente, dopo il quarto giorno di cammino, Lohk giunse sulla cima della montagna. Scoprì un varco tra la roccia. Vi si infilò con la spada pronta, mentre il suo cavallo si innervosiva dietro di lui. All’interno del passaggio tirava un vento ghiacciato. Dopo giorni di aria stantia, era quasi piacevole, all’inizio. Ma dopo poco iniziò a pungergli la pelle e gli occhi con la forza di mille aghi. Si pentì di non aver indossato il mantello con le pellicce dei lupi. La roccia ghiacciata rendeva pericoloso ogni passo. Sì, l’inverno era decisamente in quella caverna. Ma non nel modo in cui egli si aspettava: trovò la strega, in ginocchio, prostrata dallo sforzo di tenere in piedi una barriera di ghiaccio che aveva congelato il tempo. Le braccia tese, la pelle avvizzita e i muscoli tesi, i capelli grigi e lo sguardo folle, ma concentrato. Guardava fissa davanti a sé: c’era un giovane uomo congelato in una posa innaturale, con gli occhi pieni di terrore. Nevicava all’interno della grotta, e la neve diventava ghiaccio prima ancora di toccare terra. Lohk era piuttosto confuso.

“Capisci adesso?”

La wila era scivolata dietro di lui con un lieve fruscio.

“No, in realtà no”.

“Non è una maledizione che ha lanciato. Sta cercando di proteggerlo dal mio incantesimo bloccando il tempo. È l’unica cosa che le è venuta in mente quando ha capito che la mia danza del vischio l’avrebbe ucciso. Lei è la sua amante. Dovevamo sposarci, ma li ho trovati insieme in mezzo ai boschi la notte prima del matrimonio. Quella cagna… Chissà quale sortilegio gli ha fatto, a quante altre fanciulle ha tolto il marito. Sono condannati: se lei vuole salvarlo, deve far restare il tempo immobile, o lui ricomincerà a danzare fino alla morte”.

“Ma resteranno così per sempre!”

“O finché lei non muore per lo sforzo. Avrebbe ciò che merita. Puoi accelerare il processo uccidendola”.

“Sai benissimo che la mia spada non può nulla contro una strega così potente”. Lohk lanciò un rapido sguardo alla strega e al giovane. Poi si rivolse alla wila: “Devi perdonare la sua onta. Potrebbero volerci secoli prima che la strega muoia. Tu vuoi la libertà. Davvero vuoi vagare su questa terra come un’anima in pena finché non verrà la loro ora? Sarai prigioniera tanto quanto loro. Perdonali!”

La wila sembrò considerare l’ipotesi solo in quell’istante. Si accigliò.

“Non ho mai sentito parlare di una scorciatoia del genere”.

“La vera scorciatoia è la vendetta. Che ti costa tentare?”

La fanciulla lo guardò torva, titubante. Poi uscì dal suo nascondiglio e si avvicinò alla barriera, richiamando l’attenzione dei suoi nemici: “Strega!”

La vecchia si voltò verso di lei e le lanciò un’occhiata carica di odio. All’interno della sfera iniziò una vera e propria tempesta.

“Sta’ lontana da lui!”

“Ti propongo uno scambio equo: otterrete il mio perdono. Tu sarai libera e anche lui. Ma solo se rinuncerete a stare insieme”.

“Bugiarda! Stai solo cercando un modo più svelto per ucciderlo!”

“Ti do la mia parola che non lo farò. Tu dammi la tua che rispetterai le condizioni dell’accordo”.

La strega sembrò tentennare. Guardò il suo amato con il viso ancora contratto dallo spasmo.

Lohk allora intervenne: “Dalle ascolto! A cosa sarà servito tenerlo in vita se entrambi siete destinati alla morte?”

La strega si sentì alle strette e pose un’ultima condizione: “Annulla il tuo incanto e io annullerò il mio!” disse rivolta alla wila. Quest’ultima spezzò la corona di vischio e la gettò in terra. Solo allora la strega cedette: la barriera andò in pezzi, scagliando lance di ghiaccio per tutta la caverna; la bufera infuriò coi suoi venti; le stalattiti formatesi caddero al suolo affilate come coltelli. Il giovane uomo riprese fiato dalla lunga apnea.

“Haele! Che ti è successo!?” chiese il giovane apprensivo accarezzando il viso della strega che pian piano rinvigoriva.

“Strega. Ricordati il patto” rammentò la wila vedendo che i due stavano per baciarsi.

Ma la strega sogghignò: “Io non mi sottometterò mai al volere di uno stupido spirito vendicativo” posò le mani sul petto dell’amato e iniziò a pronunciare un incantesimo, nonostante fosse ancora provata dallo sforzo precedente. Il cuore del giovane iniziò a splendere di una luce bianca e fredda. Pian piano il ghiaccio iniziò ad avvilupparlo.

“Ma che cosa…!?”

“Fidati di me Thoret. Staremo insieme per sempre”.

“No!” urlò la wila, ma era troppo tardi.

Sul torace del ragazzo avevano iniziato a crescere delle squame. La sue vertebre fuoriuscivano come aghi dalla sua schiena. Gli arti si allungavano in grosse zampe artigliate da rettile e le scapole si staccavano dal corpo per aprirsi in due grosse e maestose ali. Haele montò sul dorso del suo amato, ormai rinvigorita dalla vittoria, ammantata dal potere e dalla fulgida bellezza del Caos.

“Che tu sia orribile creatura, wila, un diavolo con le zampe di capra e le corna arcuate. Vagherai senza meta nei boschi e l’unico modo che avrai per placare la tua fame di vendetta sarà divorare i cuori dei malvagi nelle fredde notti d’inverno mentre il mio letto sarà scaldato dall’amante che tu hai perduto” maledisse la strega col petto pieno di arroganza.

Ma, avendo mancato al suo patto, anche lei fu costretta a subire la maledizione dell’avversaria, che intanto aveva iniziato a trasformarsi nel detestabile mostro descritto da Haela.

“Che tu sia dannata a giacere con il rettile che hai creato allora, che il suo soffio gelido ti sferzi il viso e che le tenebre nascondano il vostro empio amplesso!”

Il bianco drago di ghiaccio iniziò a farsi strada per uscire dalla caverna. Lohk aveva fatto appena in tempo a nascondersi quando la creatura si lanciò contro la parete della montagna accompagnata dalla strega che sfondò il muro con un incantesimo. Si alzarono in volo in poco tempo e il ruggito di dolore della bestia fece nevicare dal cielo, mentre il mantello nero della strega si allungava a coprire il mondo con la notte più lunga che avesse mai visto, per nascondere la loro cavalcata oscena da cui sarebbero nate tempeste di ghiaccio e altre tenebre. L’inverno era tornato, ma non certo equilibrato come un tempo. Lohk aveva commesso un terribile errore, e avrebbe cercato di porvi rimedio per tutta la vita, andando di villaggio in villaggio per donare i suoi servigi come benefattore. La wila, ormai trasformata in krampa e dimentica della sua identità, feroce per la natura odiosa che l’aveva creata, scomparve nei boschi. Solo quando le nevi, nelle gelide e lunghe notti portate dal mantello della strega, avrebbero ammantato i villaggi, sarebbe scesa a valle per placare la sua fame coi cuori degli umani malvagi. Per questo i contadini iniziarono a mettere luci fuori dalle case e carne nei camini quando il sole soccombeva in fretta all’oscurità: un prezzo da pagare per tenere lontana la strega della notte col suo spaventoso destriero e per sfamare il mostro dei boschi da lei creato.

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