Giallo-Noir-Horror

TORBIDO

 

Mi sveglio ancora una volta nel buio pesto. Non so da quanto tempo sono qui, non so se fuori è giorno o notte. Sono incatenata al muro da così tanto che mi sanguinano i polsi. Ormai ci sono diversi strati di sangue rappreso. Ho smesso da qualche tempo di agitarmi al risveglio: è del tutto inutile.

I miei aguzzini mi affamano. Di tanto in tanto arrivano dal buio per schernirmi, ma non mi toccano. Non direttamente, almeno. Mi hanno torturata, sì, ma sempre a debita distanza, con strumenti elettrici, col fuoco, con moltissime armi che nemmeno conoscevo. Mi viene in mente Macbeth che si strofina via il sangue dalle mani e insiste anche quando è pulito, come per lavare via la colpa. Che colpa laveranno loro dalle proprie mani? Che colpa sto scontando io qui dentro? Ho tentato di dare un’occhiata. I miei occhi sono abituati all’oscurità. Dopotutto, è da un bel po’ che l’oscurità è parte di me, dei miei pensieri. Un groviglio di neri spettri che ormai la fanno da padrone. La lotta per la vita che ormai mi era sconosciuta nei rari momenti in cui posso abbandonarmi al sonno mi suggerisce i peggiori modi per vendicarmi. Non capisco se mi sembra più buio perché lo è o perché è la mia testa che diventa sempre più cupa e torbida. La fame certo non aiuta. Tutti i miei istinti vanno prevalendo sulla mia razionalità. Il dolore, paradossalmente, è ciò che mi tiene più lucida. Sono una bestia in gabbia, e forse è questo ciò che vogliono. Farmi diventare un animale da circo per poi espormi in qualche torneo di cui andar fieri. O forse sono degli scienziati pazzi che mi useranno per delle sperimentazioni particolari. La verità è che sono dei mostri. Solo un mostro rinchiude una persona per un tempo indefinito senza ragione. Sono dei mostri, con quella dentatura irregolare, con quelle pelli scure, coi volti ricoperti di ispida peluria. Se solo mi parlassero, se solo mi dicessero qualcosa, qualsiasi cosa, per non farmi impazzire. Penso sempre di più alla fame e alla morte, molto più che a uscire di qui. Inizio a convincermi che non uscirò mai, ma il mio corpo non è affatto d’accordo: senza rendermene conto, ho ricominciato a divincolarmi, a scalciare, a strepitare, a ringhiare addirittura nel vano tentativo di liberarmi dalle catene. Sono costretta in una posizione scomodissima, mi fanno male le spalle, probabilmente me ne sono lussata una a forza di tirare. In queste condizioni, persino il dolore inizia ad essere un pensiero lontano, sottofondo opaco delle mie elucubrazioni. Sono troppo debole.

Uno dei miei carcerieri si sta facendo avanti, ma lo spiraglio di luce che lo accompagna mi acceca e io non posso fare a meno di soffiare come un gatto spaurito mentre strizzo gli occhi. Oggi hanno scelto il fuoco. Detesto il fuoco. E detesto l’odore della mia carne che brucia. Scopro i denti e ringhio nel disperato tentativo di risultare minacciosa. Ho impressione che abbiano comunque paura di me, anche se sono costretta a un muro. Inizia di nuovo la tortura del marchio, imprimono quella dannata croce proprio sul mio petto e l’odore della mia pelle che sfrigola mi dà la nausea più del dolore stesso. Non gli darò la soddisfazione di urlare, anzi. Mi mostrerò più remissiva. L’uomo in questione rincara la dose con frasi di cui non comprendo il significato, ma che dal tono non sembrano essere complimenti. Si fa grande con improperi sconosciuti, come se pronunciarli lo rendesse più forte. Ma, in effetti, fiuto il terrore quando mi fissa. Dopo un tempo indefinibile torna da dove è venuto. Non ho idea di quanti siano, di ogni quanto arrivino. So solo che ogni volta sprofondo un po’ di più in me stessa. Sto perdendo il lume della ragione. Quel poco che mi è rimasta, scivola sempre più in un maelstrom di istinti di sopravvivenza.

 

Fame. È un chiodo fisso che mi tormenta. Ho tentato persino di morsicarmi un po’, ma senza risultati. La mia carne non mi dà soddisfazione. Ho deciso: tenterò di liberarmi. Sono giorni che fingo di essere più remissiva, che mi rannicchio su me stessa invece di ribellarmi al dolore, che addirittura piagnucolo. Sembra che questo li renda più socievoli, sono venuti a farmi visita molte più volte. Ma li rende anche più spavaldi. E più stupidi. Sto aspettando l’occasione giusta, il momento d’oro in cui uno di loro abbasserà la guardia. Basta che solo uno lo faccia. Li ho studiati meglio. Dovrebbero essere tre, si alternano in turni. La loro attenzione nell’uso delle armi sta diminuendo. Ecco, ne arriva uno in questo momento. Come mi aspettavo, ha una specie di lancia, un attrezzo che si usa per rintuzzare il fuoco, ma non è infuocato. Bene. È l’occasione giusta. Il bastardo si avvicina borioso, con i soliti insulti di rito. Ha un ghigno ferino stampato sul volto, lo sguardo accecato dall’odio. Inizia a picchiarmi con l’utensile. All’inizio piagnucolo, imploro di smetterla, anche se dubito che capisca ciò che dico. Parliamo lingue completamente diverse. Ma è importante che capisca il senso, perché quello lo spinge a farmi più male, e a sentirsi invincibile. Mi punta l’attrezzo contro il petto e inizia a trafiggermi. Grosso errore: con tutta la forza che ho faccio in modo che l’arma penetri in profondità tra le scapole e fulminea gli arrivo al collo. Sento la giugulare pulsare. Mordo con foga. Il sapore del sangue in bocca è una sinfonia mozartiana. Meglio ancora è il terrore che lo sta paralizzando, lo respiro a pieni polmoni. Il tizio prova a divincolarsi ancora un po’, le sue gambe ormai scalciano l’aria stantia della cantina, ma non ce la fa: se si stacca, la lacerazione lo farà morire soffocato dal suo stesso sangue. Lo sto prosciugando, più succhio la sua linfa vitale, più lui diventa debole. D’altro canto, io sento le forze tornarmi tutte insieme, è una scarica elettrica di potere che arriva dapprima come uno schiaffo in pieno volto, poi si propaga. Riesco a spezzare le catene alle quali sono stata costretta finora, lo prendo per i capelli, ma spezzargli il collo sarebbe un peccato mortale. Mi piace che la mia vittima si renda conto che la vita lo sta abbandonando, che ha fatto il più grosso errore della sua miserabile vita. Non so da quanto tempo non bevo sangue umano, ne avevo quasi dimenticato il sapore. Sono ubriaca ed euforica quando getto il cadavere dissanguato qualche metro più in là. Ma no, non andrò di sopra a fare strage di ciò che resta. Mi acquatterò nel buio, in attesa che loro capiscano che il compagno tarda a tornare. Dopotutto, io ormai gioco in casa: le cose cupe e torbide consumatesi nell’oscurità mi si addicono. Aspetterò di fiutare la loro paura. Di vedere i lampi di terrore nei loro occhi quando si renderanno conto che la creatura che avevano cacciato si è liberata, e che adesso loro sono le prede, anzi, le vittime. Io, il mostro.

Ilaria Alleva

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