Giallo-Noir-Horror, Narrativa

LA VOCE.

Pubblicato il 9 Marzo

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“Avanti. Cosa aspetti? Immagina il brivido. Coraggio, ti farà bene.” Sussurrava la voce suadente all’orecchio di Viktor. Era una sensazione strana, quella di stringere tra le braccia una creatura così indifesa e sapere di poterla uccidere con un gesto secco della mano. Ma Viktor non voleva. Perché avrebbe dovuto uccidere quel gattino innocente? Era così morbido tra le sue braccia, soffice, e faceva le fusa. Si fidava di lui, mentre lo accarezzava.

“Stai zitto.” Rispose Viktor.

“Andiamo … sai cos’è quel gatto? È un animale del diavolo. Presto, mentre tu dormirai, si trasformerà in una pantera e ti divorerà insieme alla tua anima. Allora perché lasciarlo vivere? Le sue fusa ti sembrano tenere? Non lo sono forse anche le parole del demonio? Forse il serpente non è stato convincente con Eva? Non è stato dolce e gentile?”

Viktor ebbe un attimo di esitazione. Il gatto smise di fare le fusa. Ci fu un interminabile momento in cui il felino lo guardò con gli occhi tondi, le pupille dilatate al massimo, come quando dava la caccia ai topi in cantina. Iniziò a miagolare sommessamente, con un tono di voce grave, lanciando avvertimenti. La voce suadente divenne imperiosa nelle orecchie di Viktor: “Fallo!”, gli urlò. Improvvisamente gli occhi gialli del gatto scintillarono al buio, in un lampo agghiacciante. Ma la cosa ancor più inquietante era che gli occhi del suo padrone fecero la stessa cosa. Viktor lo prese per la collottola, ma non fu abbastanza svelto: gli artigli dell’animale arrivarono alla sua faccia, ferendogli un occhio. Il felino si liberò dalla presa e, prima di fuggire dalla finestra, si fermò per soffiare violentemente contro il suo aguzzino. Poi, scomparve nel buio.

Viktor si riscosse. “Felix!” chiamò pietoso dalla finestra. Ma il gatto non sarebbe più tornato, avendo percepito il pericolo. Era già lontano, e sarebbe scappato sempre più in là.

Viktor sospirò chiudendo la finestra. Si mosse tra la scrivania impolverata e piena di cartacce, trascinando i piedi tra qualche ratto che sarebbe stato il suo animale domestico da quel momento in poi. Aveva portato a casa Felix proprio per difendersi da quegli orrendi roditori. Andò a buttarsi sulla branda, e si tirò su fino al collo le coperte sudicie della bettola in cui alloggiava. Le ombre degli oggetti sulle pareti scrostate disegnavano profili inquietanti. Viktor era solo. Aveva perso il suo lavoro poco tempo prima e non era riuscito a trovarne uno nuovo, migliore o peggiore che fosse. Non ricordava quando le voci avessero iniziato a fargli compagnia, se prima o dopo. Sapeva solo che spesso erano le uniche cose a confortarlo. E a terrorizzarlo. Gli dicevano cose strane, cose brutte spesso. Gli facevano fare delle cose che non avrebbe voluto, ma che non poteva fare a meno di compiere perché le voci erano così convincenti, persuasive, al punto che anche le parole più orrende sarebbero sembrate un messaggio mellifluo e avvolgente pronunciate da Loro. Viktor non sapeva come chiamarle. Demoni forse? Non voleva pensarci. La sua fede cattolica gli aveva insegnato che Lucifero aveva molte forme con cui poteva soggiogare i mortali e prendere le loro anime corrotte. Non voleva esserne vittima. Si tranquillizzava dicendo che tutte le persone con cui aveva parlato di esorcismo avevano detto che chi era posseduto manifestava chiari segni della sua malattia, se così si poteva chiamare. Nessuno di quei segni era stato riscontrato da Viktor in sé stesso. Prese la Bibbia e il rosario, e iniziò a pregare. “Buonanotte Viktor” rimbombò nelle sue orecchie appena spense la candela.

Le ombre si fecero più cupe e più mostruose. Lo squittio dei ratti sotto il suo letto era un tormento. Il loro graffiare a terra, le loro lunghe code nodose che strisciavano come serpenti gli rendevano il sonno impossibile. “Ti sei lasciato sfuggire il gatto, Viktor, come un bravo incapace. Lo sei sempre stato. Se tu l’avessi ucciso, come ti avevo detto, i ratti ti sarebbero stati riconoscenti, se lo sarebbero mangiato, ah ah, non sarebbe stato divertente? Vedere come la natura viene capovolta e la preda diventa predatore? Ma tu sei debole, un incompetente, incapace perfino di ammazzare un gatto che sonnecchia tra le tue braccia. E adesso, allora, goditi i topi e la loro fame, e spera che non ti vengano a rosicchiare le viscere.”

Adesso la voce era crudele, profonda, impietosa. Viktor non riusciva a capire quante persone gli parlassero. Una volta era un uomo, una volta una donna. A volte perfino sé stesso. Le travi scricchiolavano sinistre, come se qualcuno ci camminasse sopra. Fuori si era alzato un vento fortissimo, tanto che riuscì a spalancare di nuovo la finestra. Viktor si alzò di scatto, andò verso la porta e cercò disperatamente di aprirla, combattendo contro il pomello, ma non si apriva, non si apriva, e restava ben chiusa come se qualcuno la stesse tirando dall’altra parte. Si udì una risata di donna. Le ombre sulle pareti si allungarono e poi iniziarono a uscire dal muro, a prendere vita. Dei mostri di tenebra gli si avvicinavano.

“Fammi uscire! Fammi uscire!” strillò Viktor terrorizzato, mentre guardava le ombre avvicinarsi.

Iniziò a sbattere contro la porta, a prenderla a calci. Le ombre stavano per sovrastarlo mentre quella risata rimbombava, e diventava più tetra, un lamento funereo che sembrava venire direttamente dall’Inferno.

“Aiuto!!!”

La porta si aprì di botto e tutto svanì.

“Signor Stevens, cosa succede? Ho sentito le vostre grida.”

Viktor si buttò ai piedi della vicina, la signorina Eva Brown, e abbracciò le sue gambe come un bambino si ritira tra le pieghe della gonna della madre. Tremava e si mise a piangere. Continuava a ripetere “Grazie” e “Non lasciatemi solo”. La signorina tentava di rassicurarlo, nonostante l’imbarazzo. Gli suggerì di andare a farsi una passeggiata, che alle volte una boccata d’aria fresca era meglio di qualche ora di sonno.

“Verrete con me?” chiese Viktor implorante, con gli occhi ancora lucidi.

“Mi dispiace, ma non credo sia … conveniente per me. Posso accompagnarvi di sotto a bere qualcosa se volete, ma non di più.”

“Va bene.”

Il bar della locanda restava aperto tutta la notte, anche se non c’era mai troppa folla. Era sudicio tanto quanto le stanze che proponeva agli ospiti, ma almeno non si stava da soli. Viktor prese del whisky, per riscaldarsi. Tremava come una foglia e la paura aveva accentuato il suo pallore naturale. Sudava, come se fosse stato in Africa invece che in Inghilterra.

“Cosa avete visto, signor Stevens, perché avete gridato?” gli chiese gentilmente la signorina.

Viktor stava per rispondere sinceramente quando pensò all’ultima volta che aveva parlato delle sue voci con qualcuno. Era stato allontanato, emarginato, isolato.

“Ho solo fatto un brutto incubo. Sembrava talmente reale.”

“La mente fa questi scherzi, specie nei periodi di crisi e di solitudine.”

Viktor si voltò sospettoso.

“Come fate a sapere che è un periodo di crisi?”

“Non c’è molto da capire, sapete? State sempre rinchiuso nella vostra stanza, non uscite mai, nessuno viene a trovarvi e voi non andate a trovare nessuno. In più avete un aspetto emaciato e, se permettete, un tantino trasandato. Dunque è chiaro che non avete né un lavoro né una donna.”

“Siete acuta.” Disse Viktor mesto, dopo una lunga pausa.

“E spesso maleducata per questo, scusatemi. Mi rimproverano spesso la mia mancanza di tatto.”

“Non c’è niente di maleducato nel dire la verità. Speravo solo che non si notasse poi tanto.”

Fecero conversazione per qualche ora, finché Viktor non si fu calmato. Sembrava che le cose adesso fossero a posto, magari se l’era solo immaginato, magari era solo un sogno davvero. La signorina Brown era stata molto gentile. Si chiedeva come fosse finita in quella topaia.

“Oh, com’è tardi. Temo di dovervi lasciare, signor Stevens.”

“Vi accompagno se volete.”

“No, no, non preoccupatevi, non ce n’è bisogno. Buonanotte.”

“Buonanotte.”

Mentre guardava Eva andare via, la voce tornò. “Seguila”. Viktor obbedì. In silenzio, senza destare sospetti, come in trance, la seguì su per le scale. La prima rampa. La seconda. “Non è voluta stare con te Viktor. Perché sei un fallito. Alle donne non piacciono i falliti. Non è rimasta a farti compagnia, non è rimasta a proteggerti dai mostri, non ti ha offerto di passare la notte con lei. Eppure l’ha offerto ad uomini peggiori di te, sai?”

“Che ne sai tu?”

“Io so tutto. Vedo le cose. Sai perché agli altri non ha mai negato un po’ di calore e a te sì? Perché gli altri, per quanto rozzi, per quanto sudici, per quanto idioti, erano più virili di te. Più appetibili.”

“Smettila.”

“Non vuoi dimostrarle quanto sei uomo? Quanto vali? Potresti. Puoi.”

Ecco, quel tono persuasivo, la dolcezza del miele che avvolgeva quei discorsi.

“Come?”

La voce ghignò.

“Lo sai come.”

Viktor si avvicinò di soppiatto ad Eva che stava cercando la sua chiave per aprire la porta della sua stanza. Si voltò e sussultò quando vide l’uomo.

“Signor Stevens, mi avete spaventata! Anche voi cedete al sonno?”

Viktor non rispose, ma si avventò su di lei, la prese per i capelli e le tappò la bocca, cercando di vanificare le sue urla. La portò nella sua stanza e la legò alla sua sedia, dopo averla imbavagliata.

“Perché non avete voluto passare la notte con me!? Perché!? Io vi avevo chiesto aiuto, vi avevo chiesto di non lasciarmi solo!”

Eva non poteva rispondere, si limitava a guardarlo con occhi imploranti e terrorizzati, come un cucciolo.

“Perché avete negato a me ciò che avete concesso a molti?!”

La giovane scosse la testa, non capendo cosa intendesse Viktor.

“Non siete forse una puttana? Cosa ci fate altrimenti in un posto simile!? Come riuscite a pagare l’affitto senza un marito?”

Eva scosse ancora la testa con vigore.

“Ti sta mentendo, Viktor. Crede che tu sia stupido, che tu cadrai nei suoi trabocchetti. Forse sei stupido?” gli sussurrò la voce.

“No!”

“E allora penso sia il caso di far cambiare idea alla signorina Brown, non credi? I bugiardi vanno puniti. I superbi vanno puniti. È una puttana, una peccatrice. Magari è una strega. Magari è la puttana del Demonio. Cosa direbbe il tuo Dio se ti lasciassi scappare l’occasione di punire una creatura del genere? Una creatura immonda, merita una fine immonda.”

Viktor le strappò i vestiti di dosso, mentre Eva piangeva disperata. Poi, il signor Stevens raccolse tutti i ratti nella sua stanza.

“Adesso non dovrete più fare baccano, adesso mi lascerete dormire, perché io sono vostro amico, vi ho portato qualcosa di meglio di un gatto. Mangiate.” Disse gettandoli addosso alla malcapitata.

I ratti iniziarono a rosicchiarle i seni, a scavare il suo ventre fino a che le interiora non sgorgarono fuori. La povera signorina Brown, ancora viva, si stava facendo mangiare le viscere dai topi. Ancora urlava, seppur soffocata dal panno che aveva in bocca, quando Viktor si addormentò.

Al suo risveglio, la pozza di sangue si era allargata a quasi tutta la stanza. La puzza era nauseabonda. Quel che restava della signorina Brown era ancora legato alla sedia. Il suo corpo martoriato. Metà dello stomaco penzolante fuori dalla sua pancia. Gli occhi vitrei spalancati sul nulla. I topi erano rimasti in silenzio per tutto il resto della notte, dopo aver banchettato.

“Buongiorno Viktor. Hai visto? Ti avevo detto che i ratti ti sarebbero stati riconoscenti.”

Viktor sorrise.

“Sono riuscito a dormire bene.” Disse soddisfatto.

Gli occhi persi.

“Ora perché non vai a fare una passeggiata?”

Viktor uscì, lasciando il cadavere nella sua stanza, almeno i topi avrebbero  continuato a mangiare, e lui avrebbe continuato a dormire. Era una bella giornata, c’era un pallido sole a rischiarare il cielo. Viktor osservava le strade brulicanti di persone. Decise di andare in chiesa. Era mercoledì, c’era molto silenzio nella cattedrale. Le vetrate colorate disegnavano giochi di luce sul marmo verde in terra. Viktor si diresse verso la statua del Cristo in croce. Si mise in ginocchio, e pregò. Quando alzò lo sguardo, non c’era più il Cristo sulla croce. Al suo posto, la signorina Brown.

“Assassino.” Gli disse, mentre le si apriva la pancia e le interiora si srotolavano fino a terra. Il sangue imbrattava tutto il pavimento fino all’altare.

“No! Io ho ucciso una serva di Satana!”

“Tu sei Satana! Mi hai fatto mangiare viva dai ratti dopo essere stata gentile con te! Ti sei addormentato tra le mie urla, bastardo! E adesso morirai anche tu.”

Eva si staccò dalla croce rompendosi tutti gli arti in maniera innaturale e strisciando come un serpente inseguì Viktor che fuggiva terrorizzato.  Gli fu addosso in un istante, lo atterrò. Le sue braccia erano diventate smisuratamente lunghe, ruotò la testa a centottanta gradi verso il basso, rompendosi l’osso del collo, tirò fuori la lingua biforcuta e lunghissima e leccò il viso di Viktor.

“No, no, ti prego!”

“Anche io ti ho pregato, ma tu mi hai ucciso lo stesso!”

“Difenditi Viktor, difenditi! Usa la croce!” gli intimò la voce suadente.

Viktor allora cercò di tirare fuori il crocifisso d’oro che portava al collo e con la punta aguzza iniziò a pugnalare al collo il mostro che aveva davanti, ma quello rideva, rideva di gusto, nonostante dal suo collo zampillasse sangue. La voce di Eva e la voce che sussurrava nelle orecchie di Viktor divennero una sola nelle fauci del mostro. Viktor ormai la sovrastava, e continuava a colpirla, quando improvvisamente si accorse che non c’era più il mostro sotto di lui, ma il prete. I suoi singulti sarebbero presto svaniti. Sarebbe soffocato in pochi minuti nel suo stesso sangue. Viktor gettò il suo crocifisso lontano con orrore e parve riprendere coscienza di sé in quel momento.

“No!” urlò prendendosi la testa tra le mani come a volersela schiacciare.

“Che cosa ho fatto!? Cosa mi hai fatto fare!?”

Ma nessuno rispose. Corse via, fuori dalla chiesa, lontano, corse per tutta la città, ma ovunque si voltasse vedeva Eva che tentava di acciuffarlo, vedeva persone che si trasfiguravano e le cui viscere rotolavano a terra, e ogni gatto sulla sua strada gli soffiava, e ogni ratto lo inseguiva. Arrivò alla ferrovia.

“Eccoci qua Viktor. È ora che tu venga da me.”

“Lasciami in pace!” urlò disperato.

“Sei un assassino. Hai permesso che una povera ragazzina innocente fosse sbranata viva dai topi. Non avrai mai pace.”

“Era una puttana, una strega!”

“No, Viktor, io ti ho detto che lo era. Ma ti ho mentito.”

La voce era di una calma allarmante, diventava sempre più profonda e più cupa.

“Chi diavolo sei tu!?”

“Hai detto bene. Diavolo.” Rispose una moltitudine di voci.

“No!”

Sotto i piedi di Viktor si spalancò una voragine. La lava, le urla, il caldo. L’Inferno.

“Vieni a servirmi nel mio regno!”

Dal fondo del pozzo infernale si levava una mano enorme, verde, artigliata.

“Noooo!” urlò Viktor in preda al terrore.

Corse via. Non vide il treno davanti a lui. Non sentì nemmeno il fischio. Ci si schiantò e basta.

Satana ottenne la sua anima.


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