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Il Razzismo non c’è nel Mulino che vorrei.

Il mondo sta cambiando (per fortuna).

Le proteste per la morte di George Floyd hanno dato il via, in America, a una serie di manifestazioni e vere e proprie insurrezioni dei civili contro le autorità e i governi. Non so quanto se ne è parlato sui nostri media perché dopo l’esperienza del Covid me ne tengo ben lontana e mi informo da me, su fonti che so essere più attendibili. Ma evidentemente non se ne parla abbastanza, perché soltanto con tre delle mie amiche mi è capitato di parlarne in questi giorni, e solo dopo aver capito l’entità della cosa (che mi era completamente sfuggita), ho approfondito quanto sia grande in questo momento in America, oserei dire quasi rivoluzionaria, la presa di coscienza sul razzismo e la stanchezza degli stessi americani a riguardo.

Persone, non dati statistici.

Essendo questo un blog, non voglio farvi la predica con numeri vuoti e impersonali, che davvero non renderebbero l’idea, che continuerebbero a mettere una distanza tra voi e le vittime del Razzismo. Perché il Razzismo, ragazzi miei, esiste eccome. Solo per chi si gira dall’altra parte è invisibile. Come ha detto un grande del basket, Kareem Abdul Jabar, “Il razzismo in America è come la polvere nell’aria. Sembra invisibile — anche quando ti sta soffocando — fino a quando non lasci che entri il sole. È solo in quel momento che realizzi che è dappertutto”. E non solo in America. Vi parlerò di alcune delle mie esperienze personali.

Alle medie: la classe dei “Losers”.

Quando frequentavo le scuole medie, facevo la sezione M in una scuola che era la succursale della più “in” di tutta Terni. Tra le varie sezioni, i ragazzi venivano divisi a seconda del lavoro che facevano i genitori o dell’etnia. Nella mia classe erano quasi tutti figli di impiegati o dipendenti, tranne qualche rara eccezione finita lì per caso. Era l’unica classe con 7 stranieri su 24. Cioè più di un terzo della classe. Di cui 4 ragazzi giunti dalle Filippine che non spiccicavano una sola parola di italiano. Fortunatamente erano tutti molto svegli e con un po’ di aiuto tutti loro hanno imparato in fretta. C’era un genio della matematica (una ragazza, ci tengo a sottolinearlo), due artisti, e una promessa del basket. Ma il fatto che avessimo così tanti stranieri era indicativo per tutti che quella fosse la classe degli “scarti”. Il razzismo era piuttosto malcelato, ma all’epoca ancora non si era particolarmente sensibilizzati a riguardo. Contrariamente alle aspettative, è stata proprio una così grande varietà di individui che siamo diventati una delle classi con gli alunni più svegli.

“Io ti cancello”.

C’era un ragazzo albanese, un po’ turbolento, sempre a discutere con il più casinaro della classe. Quest’ultimo, che in realtà era un ragazzo dal cuore d’oro se sapevi prenderlo, durante un litigio, andò davanti alla cartina geografica dell’Europa e disse con tono di sfida “Lo vedi il tuo Paese di merda? Io lo cancello! Io ti cancello!” e con una semplice gomma da cancellare, cancellò parzialmente l’Albania dalla cartina. Tralasciando il fatto che una cartina geografica scolastica non dovrebbe cancellarsi così facilmente, ricordo che all’epoca la cosa ci fece ridere, e non vi nego che a ripensarci la scena in sé è ancora esilarante. Ma ciò che conta è che quel mio compagno -che, ripeto, poteva essere davvero una persona buonissima- aveva già interiorizzato stereotipi razzisti di cui si serviva per combattere la sua lotta quotidiana con il rivale di diversa etnia. Solo ripensandoci adesso, dopo aver interiorizzato quanto peso abbiano le parole che scegliamo dopo anni di studi, mi rendo conto che la frase “io ti cancello” deve essere suonata ancora peggio alle orecchie del mio compagno albanese: era letteralmente ciò che avrebbe voluto fare la società dell’epoca (parliamo di una quindicina di anni fa), ovvero cancellare dalla faccia della terra quel popolo che era diventato così ostile. Negare a quella gente persino il diritto ad esistere.

Un’integrazione mancata.

Dopo il primo anno, mi sembra, arrivò anche un ragazzo cinese, il cui cognome era particolarmente buffo per noi, perché suonava come “Aoh!” e ogni volta che qualcuno in classe gridava “Aoh!” lui girava la testa frenetico alla ricerca di chi lo avesse chiamato. Oltre questo, non l’ho mai sentito pronunciare nemmeno una parola. E se non fosse per questo ingombrante silenzio che gravava intorno al suo banco, di questo ragazzino non avrei il benché minimo ricordo. A questo punto devo necessariamente citare la mia professoressa di italiano, storia e geografia di allora (la mia preferita, che mi ha plasmato nel carattere e ha incoraggiato le mie potenzialità). Il primo giorno di scuola la professoressa ci fece cercare sul vocabolario la parola “prevaricazione”. Fu il primo compito a casa. Ancora una volta non posso non pensare a quanto fosse indicativo che lei ci volesse insegnare subito quel significato. Le discriminazioni di ogni tipo la mandavano in bestia, più di ogni altra cosa. Il razzismo non era neanche lontanamente tollerato. Con quel ragazzo cinese si sgolava, cercava in ogni modo di penetrare quel muro, ma era come gridare al vuoto. Ricordo che molti di noi provarono a far integrare il nostro nuovo compagno (memori anche dell’esperienza con i ragazzi filippini, ormai diventati di famiglia). Ma lui non disse mai nemmeno una parola.

Conflitti interiori.

Poi c’era un ragazzo di Spoleto, con genitori marocchini. Era un po’ goffo e impacciato, e ricordo che fu la prima persona che conobbi tra i miei nuovi compagni: entrambi persi sulle scale alla ricerca dell’aula. Sedeva al primo banco, accanto a un ragazzino smunto e timidissimo. Cercava sempre di intervenire; a ogni domanda, soprattutto di scienze, la sua mano scattava in alto come quella di Hermione in Harry Potter. Era molto intelligente. Però così facendo rimaneva antipatico ai più, perché risultava saccente. Molti dei miei amici lo prendevano in giro anche per questo, oltre che per la sua pelle. Solo più tardi ho avuto modo di capire che anche quello era un modo per integrarsi, uno sforzo di dimostrare al mondo che c’era più di quanto apparisse, tanto più dal momento che era un ragazzo piuttosto riservato per cui fare amicizia risultava difficile. Non poté venire in gita di terza con noi, a Strasburgo, perché si era rotto la caviglia (mi sembra) il giorno prima a pallone. Quando la professoressa di cui sopra lo comunicò, molti sghignazzarono; la professoressa si arrabbiò moltissimo e fece una sfuriata a tutta la classe. Come ho detto, le discriminazioni di ogni tipo la mandavano in bestia. Credo che sia stato all’epoca che ho iniziato a sentire la frase “negro di merda”. Un razzismo che mi sembrava ancora più ridicolo, dato che il nostro compagno era, appunto, italiano.

Al liceo: non passa lo straniero.

Non ho memoria di aver mai visto un ragazzo straniero nei corridoi del liceo. Forse ce n’erano un paio, ma io non li ho mai conosciuti. Tuttavia ho sempre avuto amici di ogni nazionalità, fin da piccola. Non ha mai significato granché per me il colore della pelle o l’accento strano. Ad esempio, al paese di mia nonna paterna il ragazzo che aveva il bar all’epoca, era egiziano. Siamo rimasti amici, anche dopo che lui è tornato in Egitto con la famiglia. I miei amici del catechismo (quando ancora riuscivano a trascinarmi in chiesa) erano tedeschi, e anche l’amico che avevo avuto prima nello stesso contesto era tedesco. Il liceo che ho frequentato, come molti sapranno, non era affatto un ambiente amichevole già per gli italiani (a meno che non fossero figli di Mazinga), figuriamoci per gli stranieri. Non racconterò mai abbastanza di quanto sia rimasta schifata dalle cose che ho visto lì dentro, dal classismo, dalle discriminazioni, dal bullismo frustrato di alcuni professori sugli alunni stessi (ovviamente con alcune miracolose e importanti eccezioni). Credo che anche il fatto stesso che non ci fossero stranieri fosse un riflesso del razzismo imperante tra le persone che orbitavano intorno a quella scuola.

Il razzismo consapevole.

Nel frattempo io e il mio compagno delle medie, quello di origini marocchine, diventammo amici stretti, e ci frequentammo per un periodo. Solo allora mi sono resa conto delle occhiate giudicanti per la strada quando gli sguardi si posavano sulle nostre mani intrecciate, di chi distoglieva lo sguardo con sdegno, e di quanto lui si sforzasse di lasciarsi scivolare addosso molte delle cose che io vedevo per la prima volta e che mi facevano infuriare. Ricordo i litigi con i miei amici che scoprii essere razzisti quando dissi loro che frequentavo questo ragazzo, gente che conoscevo da tutta la vita (amici di infanzia, familiari) che all’improvviso si allontanava e mi giudicava perché uscivo con un ragazzo di colore. Immersa in questa nuova realtà, quasi completamente sconosciuta per me all’epoca, ne vissi solo i riflessi e tanto mi bastò. Nessuna tra le persone che si permettevano di giudicare quel ragazzo lo ha mai incontrato: era brillante, intelligente e una delle persone più gentili che abbia mai conosciuto. Ma probabilmente soffriva molto questa situazione, questa appartenenza e non appartenenza a due mondi diversi e in contrasto tra loro. Ricordo che una volta mi chiese se io avessi mai pensato che sarebbe stato meglio che lui fosse stato italiano. Io ingenuamente risposi di sì. Ovvio che non era un problema per me che lui fosse di colore. Credevo solo che entrambe le nostre vite sarebbero state più semplici. Lui si arrabbiò, mi rispose stizzito che invece era fiero di essere marocchino. La cosa mi colpì, perché per me lui era solo il suo nome e la sua persona, non avevo davvero mai considerato la sua appartenenza a questa o a quell’altra etnia. Non avevo mai considerato davvero, prima di allora, quanto dovesse pesare il razzismo in una vita come quella. E qualche volta ci penso ancora, a quanto deve essere stato difficile riuscire a conciliare due mondi. Ho parlato dell’argomento in un articolo di Civiltà Laica.

Impotenza.

Ironia della sorte, tra i motivi che lui addusse per smettere di frequentarmi ci fu il fatto che io fossi troppo occidentale e bianca per i suoi. Un caso su un milione per dimostrare che il razzismo davvero non ha colori, che non sta nella pelle delle persone ma nelle teste, e che si riduce alla paura del diverso. Non posso negare che questo mi ferì. Provare sulla mia pelle (letteralmente) una discriminazione del genere mi rese particolarmente invisi, per un certo periodo, gli stranieri di quelle parti. Razionalmente sapevo che non si poteva fare di tutta l’erba un fascio. Ma immagino anche che essere stata discriminata per il colore della pelle (che fosse una scusa o meno è irrilevante), mi abbia reso ancora più sensibile a certe dinamiche. Non voglio dire, con questo, che il razzismo verso i neri non esista, o giustificare l’intolleranza bianca perché “anche loro fanno così”, perché sarebbe ipocrita. Il mio, come ho detto, è stato un caso su un milione. E mi ha indispettita moltissimo, mi ha reso molto meno aperta verso quella parte del mondo. Riflettiamo: se a me è successo una volta e tanto è bastato a creare dei pregiudizi e a farmi chiudere verso quella realtà, come potrà mai l’integrazione essere possibile se gli stranieri subiscono le discriminazioni da parte dei bianchi ogni giorno, più volte al giorno, magari? Il senso di impotenza che ho provato mi è rimasto impresso, e la rabbia ancora brucia. Come possiamo pretendere di aggiudicarci un posto sul podio, di richiamare l’attenzione anche sui poveri bianchi discriminati dal politically correct con hashtag qualunquisti come #AllLivesMatter, dopo che abbiamo fatto sentire queste persone impotenti per secoli?

 

Il silenzio è complice.

Dopo qualche anno e qualche altra esperienza, mi ritrovai di nuovo ad uscire con un ragazzo straniero, indiano. E stavolta era straniero nel senso letterale del termine: in Italia per studiare Sicurezza Informatica nella mia stessa università, parlava solo inglese. Un giorno eravamo su un tram, a Roma, e stavamo tornando a casa. A un certo punto un uomo ubriaco ha iniziato ad inveire contro di lui e contro tutti gli indiani, accusandoli di aver rovinato la nostra nazione. Poi ha iniziato un lungo discorso sessista, chiaramente rivolto a me, sulle donne che preferivano gli stranieri agli italiani e sulla loro dubbia moralità, sul fatto che meritassero quindi di essere massacrate di botte, essere recluse in casa fino ad essere uccise. Dal momento che io non ho raccolto e ho fatto finta di non capire, il tizio ha pensato bene che io fossi rumena (me lo dicono spesso, in realtà), e quindi ha iniziato a dire la sua anche sulle donne rumene. Avrei tanto voluto dire qualcosa, ma con certa gente non puoi mai sapere se ha un coltello nascosto o se poi ti segue a casa. Mi sono morsa la lingua. Mi aspettavo, però, che qualcuno tra le decine di persone in quel tram, dicesse o facesse qualcosa, ad esempio che l’autista facesse scendere questo losco individuo, dal momento che una persona così è pericolosa per tutti, non solo per chi non gli va a genio. E invece niente. Il silenzio più assoluto. L’indifferenza di chi si rende egualmente colpevole. Io stessa mi sono pentita di non aver detto nulla.

“Lascia perdere”.

Parlandone con i miei amici, sono rimasta altrettanto shockata dalle risatine, da chi mi ha risposto “ma che ti frega”, da chi mi ha detto “lascia perdere”. Certo. Giriamoci sempre dall’altra parte. Fingiamo di non vedere. Ridiamoci su. Ci abbiamo riso su così tanto che nel frattempo è morta un’altra persona, e chissà quante ne muoiono ogni giorno per gli stessi motivi, in tutto il mondo, ai confini che i media non ci raccontano, nelle case dei quartieri malfamati in cui le telecamere non arrivano, nelle scuole dove si bullizza il ragazzino di colore. Non possiamo più lasciar perdere. Nel 2020, la nostra patria è il mondo, deve essere il mondo. Dovremmo batterci per i diritti umani di tutti -anche solo per cercare di saldare un debito contratto dai nostri avi colonizzatori-. Dovremmo batterci per il nostro compagno di classe, per il nostro amico di infanzia, per il nostro partner. E dovremmo batterci per i nostri figli, per lasciar loro un mondo migliore, almeno in questo, di quello che noi abbiamo trovato. Perciò non possiamo più tacere di fronte agli abusi. Non possiamo più voltarci dall’altra parte. Non possiamo più lasciar perdere.

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