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COLPA

 

Il cielo illumina fiocamente le iridi nere della donna, riflettendo le sue nubi grigie negli occhi di lei. Il naso è rivolto all’insù, la donna chiede risposte a ciò che è molto oltre le nuvole. L’asfalto è un bricolage di specchi d’acqua, di immagini raddoppiate dove l’alto diventa il basso e viceversa. Il cielo piange una lacrima di pioggia sul viso di lei che invece di lacrime non ne ha più.

Stringe al petto sua figlia come un’orsa coi suoi cuccioli, ma sa di non poterla più proteggere. L’odio che quella vecchia ha mostrato per la sua bambina innocente l’ha annichilita. L’ha resa imperdonabilmente impotente. Non è riuscita a dire una parola, a difenderla. Non ha saputo fare la madre perché è esausta di doversi sempre giustificare, di dovere sempre delle spiegazioni a qualcuno, di dover portare rispetto a chi le sputa in faccia semplicemente perché cammina su un suolo che non sembra essere terra, ma proprietà privata di ogni persona che la guarda con odio o che la ignora con disprezzo.

Qualche volta si convince che davvero dovrebbe tornare a casa sua, in un posto dove quella maledetta umidità che ora le gela le ossa non esiste, dove il sole brucia la pelle e scalda i cuori, dove non deve sentirsi un’estranea più ancora che una straniera. Ma la verità è che non c’è nessuna casa a cui tornare. L’unica casa che possa garantire un futuro migliore alla sua bambina è quella che si rifiuta di accettarle, nonostante vivano qui da anni, nonostante parlino la lingua del posto, nonostante lei lavori come donna delle pulizie nelle case di chi pensa ancora, ipocritamente, che il colore della pelle dia il diritto di sentirsi superiori.

La rabbia che ora le sta montando dentro va di nuovo in frantumi al suono della voce di sua figlia: “Mamma? Perché la signora mi odia?”
La domanda è senza malizia, ingenua, fatta con gli occhi spalancati di chi non sa cosa ha sbagliato ed è convinto però di avere qualche colpa. Gli occhi che ha avuto la donna stessa appena arrivata qui. E come spiegarle che la loro colpa è più antica ancora del peccato originale, che risale a epoche di cui la memoria si è perduta? La risposta più semplice è anche la più tremenda: la loro colpa è quella di aver inseguito la speranza di un futuro possibile, invece di abbandonarsi alla disillusione di un presente inevitabile.

Dedicato alla bambina africana di 7 anni discriminata dall’anziana sull’autobus ad Alessandria, a sua madre, a tutti i bambini che sono stati, sono e saranno (purtroppo) vittime di razzismo.

Ilaria Alleva

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