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37 Giorni Dopo.

Sono chiusa in casa da ben 37 giorni. Sarò uscita sì e no 3 volte per andare a fare la spesa, e l’ultima volta ho deciso che non lo farò più, perché l’aria è tesa e io per prima rischio di mettere le mani addosso a qualcuno se mi risponde male. Non sono mai stata famosa per la mia pazienza o la mia tolleranza in questo senso, e attualmente sono proprio ai minimi storici.

Che cosa ho fatto in questo mese? Allenamento in casa, cucina, ho scritto un po’, mi sono iscritta a un corso di editoria sicuramente più entusiasmante delle lezioni online che sono costretta a seguire anche nei giorni che secondo il calendario accademico sarebbero festivi, perché “è ridicolo fare una pausa in questo periodo di inattività totale”, senza la minima considerazione del fatto che non siamo al Liceo, che ci sono studenti lavoratori ed esami che ci aspettano. Per non parlare della situazione stressantissima a livello di nervi.

Il primo mese è andata bene, ho retto botta per un sacco di tempo. Ho cercato di trarre il meglio, ho messo un po’ a posto, ho letto (anche se con ritmi infinitamente lenti per i miei standard), ho ritirato fuori i miei fumetti delle W.I.T.C.H., ho fatto i pancakes e ben due tiramisù. Ma la situazione sta diventando psicologicamente insostenibile dalla scorsa settimana. Ho evitato quanto più possibile di soffermarmi su quando riapriranno i negozi, quando potrò farmi una passeggiata in santa pace, quando potrò bermi una birra con gli amici… Sapevo già che saremmo stati chiusi fino a maggio, non serviva un decreto, era ovvio.

Ma oggi ho contato quanti giorni mancano a questa fantomatica fase 2. 20 giorni. Quindi sarò stata in casa per 57 giorni. Ho letto qualche ipotesi su come sarà la vita. Per chissà quanto tempo dovrò stare a distanza di 1 metro almeno dai miei amici, se mai riuscirò a rivederli, con tanto di mascherine e guanti (sui guanti non mi esprimo, ma queste mascherine se possono essere sostituite da un foulard mi sembrano più una manovra placebo che una vera necessità), che, ho letto, “diventeranno un’abitudine come le scarpe”. Evidentemente chi lo ha detto non ha mai indossato un paio di occhiali (se non avete mai provato, vi invito a fare l’esperimento: dopo 10 secondi rimpiangerete di non aver montato i tergicristalli sulle lenti).

Oggi ci hanno detto che faremo gli esami universitari online. Non so se sia meglio o peggio, gli esami non sono mai una cosa piacevole. Però almeno in sede mal comune mezzo gaudio, almeno c’erano i compagni di corso con cui condividere ansie e dubbi. Invece no, anche questo ci verrà negato. Saremo più soli che mai. So che molti di voi diranno “va be’, è un esame, mica una tragedia”. Da un punto di vista pratico è ovvio che abbiate ragione. Da un punto di vista umano sono sicura che la differenza la sentiremo tutti.

Se tutto va bene dovrei laurearmi a settembre. Definitivamente. Ho visto le persone che si sono laureate online in questi giorni. Francamente non rientra tra le mie opzioni laurearmi da sola, a casa, lontana dalla Minerva e dalla Facoltà che poi non rivedrò più, dalle amiche che chissà che fine faranno, privandomi della soddisfazione di coronare un percorso dopo tutti i sacrifici e gli sforzi che ho fatto per portarlo a termine, senza nemmeno la possibilità di festeggiare decentemente. Non ci sto. Dovrò laurearmi ancora in quella stagione di m**** che mi fa schifo perché la passo sempre col naso che cola e metà della voce? Forse. Ma anche questa opzione mi scoccerebbe.

Io capisco che c’è un’emergenza sanitaria in corso (anche se i numeri e le statistiche non fanno altro che scoraggiare ma andranno analizzati in un contesto più grande e andrà fatta una differenza tra morti per covid e morti che il covid ha accelerato), capisco le precauzioni, capisco la cautela. E sono stata brava, non sono uscita nemmeno di sotto in cortile come molti altri nel mio condominio.

Questa non è decisamente stata una buona annata. Siamo solo ad aprile, mancano più di 6 mesi alla fine dell’anno, ma possiamo già dirlo, no? A quanto pare non ci sarà restituita nessuna normalità. A quanto pare ci vorranno ancora mesi e mesi (c’è chi ha parlato di ben due anni) prima che possiamo tornare “alla vita di prima”, almeno per quanto riguarda affetti e divertimenti. Di andare in un negozio di vestiti o dall’estetista, francamente non mi interessa (non sto dicendo che non servano o che nessuno ci debba andare, ma non era tra le mie priorità nemmeno prima di tutto questo), il fatto di dover stare a un metro l’uno dall’altro in quei casi non mi tange, non mi cambia niente, anzi forse da una parte anche meglio, almeno eviterò tutte quelle persone fastidiose che ti prendono a borsate e non ti chiedono nemmeno scusa.

Però è sempre stata una priorità andare a casa degli amici, in libreria, al pub e al mare. Io ho 24 anni, compiuti il 6 marzo scorso, appena in tempo per chiudermi in casa. Mi laureerò se tutto va bene, in un modo o nell’altro, entro la fine dell’anno. Poi non ho idea di cosa ne sarà della mia vita perché ho 24 anni nel 2020 in Italia, e la situazione già prima non era rosea. Ora, paradossalmente, dopo aver visto cosa ne è stato di Inghilterra e America ad esempio, ho più speranza in questo Paese che non altrove.

Non posso dire di essermela goduta pienamente questa giovinezza, perché sono una tipa ansiogena, perché mi è stato insegnato che sacrificarmi è più redditizio che divertirmi (“vedrai che te lo ritroverai”, sì, forse da morta), perché a differenza di molti miei coetanei non ho potuto trasferirmi altrove e divertirmi ma ho sprecato metà del mio tempo sui mezzi pubblici, perché non mi sono concessa proroghe con gli appelli d’esame e sedute di laurea, e per tutta una serie di altre questioni che già mi pesavano prima.

Quest’anno avevo deciso di godermelo, prima della laurea, il più possibile. L’universo deve avermi sentito e deve aver riso a crepapelle (come sempre quando desidero disperatamente che una cosa vada secondo i miei piani) prima di mettermelo in quel posto. Ho sopportato pazientemente per tutta la vita tutta una serie di privazioni che mi hanno imposto e che mi sono autoimposta. Ho sopportato i soprusi in una scuola che non volevo fare e tutte le cose collegate a questo evento, ho sopportato l’angoscia di non avere un futuro vicino ai miei affetti, preparandomi a ricominciare tutto daccapo, ché non è mai stato un problema per me, tanto sono quella forte ed estroversa, e molte altre cose di cui non starò a parlare qui ma che i più intimi sanno e che una persona più fragile non avrebbe sopportato bene come ho fatto io.

Ma c’è un limite a tutto quello che una persona può sopportare, anche una persona forte. E io sono arrivata al punto di saturazione.

Non ricordavo una primavera così bella da anni (è la stagione che preferisco, nonostante l’allergia) e ancora una volta non solo non posso godermela appieno facendo scampagnate e gite al mare o chissà dove per stare dietro ai treni o china sui manuali universitari, no, non posso nemmeno farmi una passeggiata a piedi fino all’aviosuperficie, né prendere un po’ di sole sull’erba, né passare qualche ora con le amiche a distrarmi. Niente. Assolutamente niente. E oggi ho realizzato che non viaggerò, che non andrò al mare, che sarà già un miracolo se riuscirò ad andare al paese di mia nonna, e che tutto questo tempo, questi 24 anni sprecati, non mi sarà restituito da nessuno. Ci penso da un po’. Per i giorni che ho dovuto sprecare prima di questa pandemia so benissimo con chi prendermela, ma per questi…

Dovrebbero risarcirci di questo tempo buttato, dalla fine dell’emergenza (la vera fine) qualcuno, un capo di Stato o che so io, dovrebbe dire “ok gente, avete un anno di libertà, potete fare quello che volete per un anno senza che questo influisca sui vostri curricula”. E invece nessuno ci risarcirà niente. La vita riprenderà il suo corso. Personalmente dovrò barcamenarmi a cercare un impiego stabile (che di questi tempi è già una mission impossible) chissà dove, cercando ancora una volta di tenere duro. Sono stata derubata anche di questo ultimo, insicuro anno di normalità che avevo deciso di dedicare parzialmente al divertimento. Per molti di voi ci sarà un “aspetteremo l’anno prossimo”. Io l’anno prossimo non so nemmeno se sarò qui.

Ripeto, sono stata brava. Non sono uscita se non per le cose strettamente necessarie, e per pochissime volte in 37 giorni. Continuerò così fino al 4 maggio, perché che cosa posso fare altrimenti? Sarebbe stupido non rispettare le regole, e come ho detto, sono brava nell’autogestione. Ma se il 4 maggio arrivasse un altro decreto che dicesse “no, dovete stare a casa ancora un altro mese”, giuro che potrei dare seriamente di matto e non rispondere delle mie azioni, perché non ne posso più. Perché sembriamo tutte tigri in gabbia e ci sarà il suo motivo.

La colpa di chi è? Di nessuno, ovviamente. Si cerca di salvaguardare la salute delle persone come meglio si può, e ci mancherebbe. Ma quella mentale di salute, penso proprio che la saluteremo per un bel pezzo. In troppo pochi stanno considerando gli effetti psicologici di questo isolamento forzato e di questa anaffettività obbligatoria. Questo sfogo sembrerà quello di una ragazzina viziata, capricciosa e completamente irragionevole. Siete padroni di pensarlo, non mi interessa. Questo è un blog, e io mi sto solo sfogando nella maniera migliore che conosco per farlo, perché parlarne coi miei amici davanti a una birra non mi è concesso. E non lo sarà ancora per chissà quanto tempo…

 

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