Narrativa

Clown

Pubblicato il 31 Dicembre

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Paolo fa l’ultimo nodo con una smorfia finta. «Et voila!» esclama, mentre mostra ai bambini la sua creazione. «E ora come lo chiamiamo questo cagnolino?» Si tocca più volte il naso rosso. Fissa ogni viso, uno per uno, e si ferma su quello di Diego: il sorriso con un dente in meno, il volto solare, testa liscia e riflettente, occhi celesti, grandi, enormi – sarebbe facile perdersi* in quelle pupille, se solo qualcuno le osservasse per un paio di secondi. Paolo porge il palloncino a forma di cane al bambino. Lui tende le mani, lo afferra e se lo stringe al petto.

«È un momento importantissimo questo, bambini.» urla e subito dopo si mette un dito sulle labbra. «Shhh.» Mostra il gesto a tutta la sua piccola platea, ognuno seduto nel proprio letto, girando su sé stesso. «Allora, Diego, sentiamo questo nome!»

Diego osserva per un secondo il soffitto. «Ehm… » Si tocca un orecchio, lo tocca di nuovo. «Va bene… Palloncino?»

Scoppia una risata generale.

«Palloncino?» Paolo fa un piccolo salto con le mani alzate, come se la sorpresa lo avesse investito. «Se va bene Palloncino?» Si gratta la testa per un secondo. Alza poi la parrucca dorata, mostrando i suoi veri capelli e si gratta di nuovo la testa. «Direi che è ottimo!» Si rimette la parrucca al contrario. «Come sto?»

I bambini ridono, di nuovo.

«Cosa c’è? Non va bene?» Si tocca la testa. «Ah! Perché non me lo avete detto?» Questa volta si sistema i riccioli d’oro per bene. «Okay, dove eravamo? Il nome! Il nome del cagnolino! Per voi va bene Palloncino?» chiede, girandosi di nuovo su sé stesso per rivolgersi a tutti. Un siii prolungato.

«E allora, se va bene a tutti…» Paolo fa finta di starnutire e dalla manica larga fa uscire un pennarello. «Avevo questo nel naso…» Una nuova risata segue quella vecchia, ancora non del tutto finita. «… ed è proprio quello che ci voleva. Posso avere il palloncino chiamato Palloncino?» si rivolge a Diego.

Il bambino ride ancora, le labbra aperte e curvate da un orecchio all’altro. «Te lo presto soltanto.» dice e glielo porge.

«Mi sembra giusto.» concede il clown. Prende il cane finto e con il pennarello ci scrive il nome sopra. «Ecco fatto. Abbi cura di lui, mi raccomando.»

Diego annuisce e si riprende il suo nuovo amico di lattice.

«Bene, bambini. Il clown Paolo purtroppo vi deve lasciare, ma ci rivediamo la prossima domenica, come tutte le settimane. Mi raccomando, aiutate Diego ad avere cura di Palloncino e non lo fatte scoppiare come tutti gli altri. D’accordo, bambini?»

I bambini confermano con un coro e lo salutano. Paolo si rivolge a Diego in particolare e sventola la mano. Gli fa l’occhiolino e infine saluta. «Ci vediamo, bambini!»

*

La salvietta è ferma nella mano, bloccata a mezz’aria. Nello specchietto retrovisore della macchina c’è il suo sorriso. Si chiede ogni volta se è lo stesso che fa vedere ai bambini e ogni volta spera che la risposta sia No, tu sorridi davvero quando sei con loro. Paolo sa che non è lo stesso sorriso di quando stava in ospedale, sa che una volta lasciata quella stanza piena di facce allegre il suo sorriso ha iniziato a morire e ora ne è rimasto solo il cadavere, sempre più marcio a ogni secondo che passa. Ma non può fare a meno di quel dubbio. Quello che adesso osserva nello specchio è spento, freddo*, nient’altro che una ruga storta tra le labbra. Nessuno dovrebbe fare il clown con quella smorfia sulla faccia, con quel rossetto che ora sta colando in minuscoli fiumi viscerosi, nessuno pretenderebbe di far ridere i bambini malati con quel sorriso in putrefazione*.

Qualcosa in tasca inizia a vibrare, facendolo sussultare. Finisce di togliersi il trucco con la salvietta, prende il cellulare per guardare il display. «Cazzo, è tardi!» Risponde e mette in cellulare tra l’orecchio e la spalla. «Si, si. Arrivo.» dice all’apparecchio accendendo il motore. Inserisce la prima, prende la cintura…

«Paolo, ma dove diavolo sei?» La voce di Francesca arriva stridula. «Il funerale è già iniziato e papà quasi non si regge in piedi.»

«Sto partendo ora. Sono appena uscito dall’ospedale.» risponde. Cintura e finalmente parte verso la chiesa.

«Ah.» Il timbro di voce della sorella si smorza. «Chi sei andato a trovare?»

«Diego. I dottori hanno detto che non…» Frena di colpo al semaforo rosso e riesce a non urtare la macchina davanti. «Comunque arrivo, sto guidando in questo momento.»

«Va bene, va bene.» Sente sospirare la sorella. «A papà ci penso io. Per oggi hai finito con i bambini?»

«Si, si. Un attimo e sono in chiesa.»

Saluta e mette via il cellulare. Dovrebbe passare prima a casa e cambiarsi, ma è meglio non dirlo a Francesca. Suo padre si infurierà moltissimo per aver fatto tardi al funerale di sua madre, ma pazienza. Sua madre avrebbe capito.

*

Francesca aveva ragione. Suo padre non si regge in piedi. Paolo non ha ancora visto la barra di sua madre per poterlo sorreggere. Ha trovato suo padre e sua sorella fuori dalla chiesa, intenti a discutere – sempre se con un soggetto come suo padre si possa discutere. Ora Francesca sta all’interno, nella speranza di poter dire addio a sua madre in pace. Paolo è rimasto fuori.

Appoggia suo padre sulla parete esterna della chiesa e gli alza il viso. «Papà.»

Dalla bocca del vecchio esce una sorta di Battene, insieme a molto altro ancora. Paolo ha il tempo di rammaricarsi di aver lasciato il naso rosso a casa: l’odore che gli arriva è nauseante. «Cazzo. Ma quanto hai bevuto?»

Suo padre gli crolla addosso. «Bbai bbia.» risponde e, in un movimento molto fluido e rallentato, lascia cadere la mano sulla faccia del figlio.

«Non riesci nemmeno a schiaffeggiarmi, papà.» Si leva la mano dal viso. «Forse è meglio se ti porto a casa.»

«No… mi tratt-tare con irriberenza

Paolo si porta di nuovo il braccio del padre intorno al collo e lo trascina fino alla macchina. «Non sai nemmeno cosa significa irriverenza in questo momento.» replica, anche se non è sicuro che il padre lo abbia sentito.

*

«Ah, ma che bel pubblico!» esclama. Fa segno a Filippo di aspettare e prende qualcosa dalla valigia: è un piccolo megafono, ovviamente finto come quasi tutto quello che ha con sé. Paolo lo porta alla bocca, fa un bel respiro e con voce più sonora dice: «Mi sentite tuttiiii?»

Filippo non riesce a trattenersi. Scoppia in una risata rumorosa. «Ma ci sono solo io in questa stanza.» replica il bambino.«È la mia cameretta, questa.»

«Ah… allora non ci vedo molto bene.» Torna alla valigia e prende un paio di occhiali colorati, ogni lente grande come la sua testa. Li indossa e si volta verso Filippo. «Oh, così va meglio.»

Filippo non smette di ridere.

Paolo lo fissa con occhi socchiusi in una finta smorfia di rimprovero. «Non ti piacciono i miei occhiali?»

Filippo sta per rispondere, quando Paolo sente una fitta al cuore. Si blocca per un secondo, immobile: una statua colorata con la parrucca d’oro e il naso rosso.

«Clown Paolo, stai bene?» chiede con voce indecisa Filippo. «Fa parte dello spettacolo questo?»

Paolo si porta una mano al petto, sopprime un verso di dolore e dopo qualche secondo la fitta sparisce. Non ne ha mai avuto una così intensa, ma non vuole mostrarlo a Filippo. Torna alla normalità. Paolo appoggia un ginocchio a terra e tende la mano verso il bambino. «Questi occhiali sono davvero pesanti.» dice con un finto balbettio.

Il ragazzo sorride. «Mi hai fatto paura.»

Il clown si lascia cadere a terra e tira fuori la lingua. «Addio, platea.»

*

Diego è da solo nella sua stanza d’ospedale. Da un momento all’altro dovrebbe entrare il clown Paolo per il suo spettacolo. Gli altri bambini non ci sono, per oggi, ma non per questo il clown lo lascerà solo. Diego sa che lui ci sarà.

Guarda intensamente la porta aperta, seduto sul letto. La osserva, la fissa, quasi con nostalgia*, stringendo forte a sé Palloncino e pensando all’ultimo spettacolo.

Da un momento all’altro il clown Paolo varcherà quella soglia.

Da un momento all’altro.

*

Paolo si ferma a poca distanza dalla porta. Prima di entrare da Diego si fa un check in. Valigia: presente. Naso: al suo posto. Parrucca: presente…

Con un balzo arriva sulla soglia. «Eccolo qua, il mio Diego!» esclama. Fa appena in tempo di veder sorridere il bambino, lontano nel suo letto. Gli sta dicendo qualcosa, ma Paolo non riesce a sentirlo. Una nuova fitta al cuore monopolizza il suo corpo: sente il dolore nella sua fioritura* e nient’altro.

Per un secondo – o più, chi può dirlo – tutto diventa buio. Quando apre gli occhi, vede il viso di Diego, la sua testa lucente senza capelli, la sua fronte alta, i suoi occhi dove il clown ama perdersi.

«Sei pronto…» balbetta Paolo. «Sei… pronto per lo… per lo spettacolo?»

Il sorriso di Diego non sembra completo: non è quello che conosce, quello che va da un orecchio all’altro, quello che mostra i denti. Questo che vede ora è spento, una curva imperfetta tra le labbra, come quando lui si guarda allo specchietto retrovisore nella macchina, pensando alla madre morta, alla sorella sola, al padre alcolizzato e alle sue piccole platee che smetteranno di vivere in breve tempo.

Paolo si sforza a sorridere a sua volta. Si rende conto di essere ancora sulla soglia della porta, disteso sulla schiena. Sente passi frettolosi che corrono verso di lui. Si concentra su Diego. «Credo di non essere pronto io, questa volta.» Si porta di nuovo la mano al petto.

Vede il viso di Diego trasformarsi: gli occhi si sgranano, quel abisso celeste diventa improvvisamente enorme, più enorme di quanto non lo sia già. Ed è così grande solo perché è entrata la paura in quegli occhi; Paolo riesce a leggere la morte in quelle pupille e non è la morte del bambino. Si sforza di mantenere il sorriso mentre sfiora le pagine nella mente di Diego: non c’è solo la paura e la morte, oh no, c’è qualcos’altro, qualcosa che ha visto in pochi bambini, qualcosa che lo rende orgoglioso di Diego. La compressione.

Il bambino gli prende il naso rosso e lo indossa. Si alza in piedi, ma gli resta vicino.

É arrivata una barella e Paolo viene caricato sopra da quattro braccia. Il corridoio intorno a lui si muove.

Diego gli corre appresso. «Signori e signore!» esclama il bambino, sempre vicino a lui. «Arriva il Clown Diego!» Sorride a Paolo. «Vedo che il mio pubblico non è in grande forma oggi.»

Paolo, con il corridoio in movimento, sente un’altra fitta di dolore al cuore. Ma non riesce a pensare a un vaso otturato, o a un tumore, o a qualsiasi malattia possa avere, no. Riesce solo a ridere per la battuta di Diego. No, non sono in gran forma, direi.

«Va bene.» continua il bambino, correndo. «Sarà un pubblico difficile, ma ci inventeremmo qualcosa.»

Arrivano a una porta. Paolo sa che Diego dovrà fermarsi li: non lo faranno entrare.

Diego gli ruba anche la parrucca e se la mette sulla testa calva. «Scusa se te la prendo, ma non mi sono pettinato questa mattina.»

La porta viene chiusa, appena Paolo sente quest’ultima frase del bambino. Paolo ride, ride tra sbuffi di dolore e respiri affannati. Ride, ride, ride ed è l’ultima cosa che fa.

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