Narrativa

Il regista, il ragazzo, il dentista, il taxista, la ragazza, la star.

Pubblicato il 28 Settembre

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“Abbiamo finito Ukul?”
“Beh, Miolord, ci sarebbe il consigliere Alef che vi vorrebbe parlare della questione di quel pianeta da resettare…”
“Ancora?!”
“Sì, Miolord, lo mando via?”
“Mah no… che noia, fallo entrare… altrimenti si metterà a piangere in diretta su tutti i canali intergalattici, quel noioso…”
“Eccomi Miolord, sono il noioso!”
“…Ukul, tra quando dico ‘fallo entrare’ e l’aprire la porta della sala dalle udienze d’ora in poi fai passare una trentina di secondi, va bene?”
“Senz’altro Miolord”
“Carissimo Alef, lo sai che definire ‘noioso’ qualcuno per me significa fargli un complimento, apprezzo sempre quando uno vuole approfondire le questioni… ma non ne abbiamo parlato almeno cinque volte di questo pianetucolo XR457 del settore K della piccola galassia BEF890?”
“Sì Miolord, eppure…”
“E non abbiamo stabilito che questa demente specie predominante che sta rapidamente consumando le risorse del pianeta va eradicata prima di perdere uno dei non comuni pianeti che possono incubare la vita? Ti ricordo che negli ultimi tre cicli del grande attrattore ne abbiamo persi già altri due di pianeti incubatori.”
“Sì Miolord ma ritengo che questa specie possa avere ancora speranze!”
“Alef ne abbiamo già parlato, hanno duecentomila dei loro anni di storia, la maggior parte delle specie che dominano un pianeta in un tempo corrispondente a centomila dei loro anni arrivano a sviluppare quantomeno la fusione fredda!”
“Indubbiamente… però Miolord, le garantisco… loro hanno qualcosa che…”
“Definisci ‘qualcosa’!”
“No Miolord… è proprio questo il punto, non si può definire quel qualcosa”
“Spiegati Alef, e rapidamente… la mia pazienza ha un limite!”
“Non posso spiegare Miolord devo raccontarle delle storie!”
“Storie? In che senso?”
“Miolord, le sto passando dalla mia rete neuromnemonica il file ‘RegistaStar’… lo accetti… ecco… ora lo esamini”
“Alef se mi fai perdere tempo…”
“Lo esamini…”
“Mmm ma chi è quest’umano seduto al bar che pare un morto con in mano un bicchiere?”
“Lo esamini Miolord”

—–

Peter Schoel aspettava seduto al tavolo del Pink Rodeo e rimuginava: solo Anastasia De Busy poteva salvarlo e non conosceva una sola persona più stronza di lei in tutta Hollywood.
Da lei aveva subito di tutto: tradimenti, umiliazioni, brutte figure, ma per quanto la odiasse doveva ammetterlo, solo la sua ex moglie poteva risollevare le sorti della produzione del suo nuovo film.
Da quando cinque anni prima lo aveva lasciato, portandosi dietro metà dei suoi soldi, lei era diventata una delle star più acclamate di Hollywood, lui era andato a picco con due flop terribili da cui rischiava da non riprendersi più.
Ora l’infortunio di Patti De Lorean sul set, appena iniziate le riprese, aveva anche aggiunto alla sua catastrofica situazione finanziaria la nomina che fosse diventato anche uno jettatore.. e questo avrebbe significato la sua fine in breve tempo.
Ma se Anastasia avesse accettato la parte, tutto si sarebbe sistemato. Ad Hollywood andavano tutti i pazzi per i ritorni di fiamma e già pensava ai titoli “Peter ed Anastasia di nuovo insieme” su tutti i tabloid.

Ma si carissimo, sto per l’appunto andando all’appuntamento con quella piaga del mio ex marito… ma sì quel regista fallito lo sai… ma chi se ne frega se i suoi precedenti film sono un cult, dai! Devo solo mettere la firma su questo contratto… ma no che dici stupidino… è tutta una finzione! Prima prendo i soldi del suo contratto, sfrutto la pubblicità che ne esce fuori con questo mio ritorno di fiamma, che lo sai quanto ci vanno matti i tabloid per i ritorni di fiamma in America, no? Poi tra un paio di mesi lascerò il set per una fuga ad Acapulco con Jason Derr o magari Antony Luis … e boom altra botta pubblicitaria. È Hollywood baby. Ma sì certo che lui sarà rovinato, ma chi se ne frega… e poi se mi ha richiamato vuol dire che ancora non ha capito con chi ha a che fare no? Sono o non sono Anastasia De Busy, la diva più cattiva di Hollywood? Piuttosto, la mia agenzia stampa ti girerà tra poco le foto della firma… e del bacio, si gli darò anche un bacio a quel ciccione schifoso… mi raccomando sparala in prima! Voglio che ci creda che sia tutto vero!

Il regista era ancora seduto al tavolo del Pink Rodeo, guardò la bottiglia di Jack Daniel’s davanti a lui e il seltzer portatile. Decise di preparasi il quarto abbondante whisky and soda del pomeriggio, contando solo quelli nel locale, ovviamente. Del resto per il suo umore nero non era stato di aiuto neanche il fatto che uno dei nuovi camerieri lo avesse riconosciuto e gli avesse chiesto un autografo dicendogli che era emozionato ad essere di fronte ad uno dei suoi miti.

Sorseggiò il cocktail che si era preparato; non poteva credere di essere giunto così in basso di implorare Anastasia a girare un film con lui. Dopo tutte quelle umiliazioni subite… le foto dello chaffeur che se la scopava nel parcheggio era finita nella prima pagina di tutti i tabloid d’America… oppure la fuga d’amore (ma quale amore) con L’Indio, il wrestler più famoso del mondo annunciata in diretta sulla CNN mentre fuggiva dalla festa del loro anniversario.

Decise di non sorseggiarlo il quarto whiskey and soda. Lo scaraventò in gola in un sorso.
“Già tre quarti d’ora di ritardo” pensò prendendo nuovamente in mano la bottiglia del JD.

E poi quel maledetto party in una villa di amici a Mulholland Drive, dove Anastasia comunicò a tutti la sua necessità di prendere il viagra per far sesso, “Avete capito? Non gli si drizza più, e poi si lamenta che mi scopo i wrestler!” aveva urlato ai presenti, tutti imbarazzati… tranne un paio di toy boy che se la ridevano di gusto.

Ma andava bene tutto, andava bene ritornare anche alle umiliazioni perché era disperato! La banca gli avrebbe portato via ogni cosa: la villa, la limousine… avrebbe perso tutti i suoi privilegi hollywoodiani se non risollevava la sua carriera. Invece tutti i consulenti erano d’accordo, un ritorno con la sua ex musa Anastasia sarebbe stato un rilancio fenomenale.

Sospirò e penso mormorando fra sé: “Andrà tutto bene, andrà tutto bene, andrà tutto bene!” Poi dopo una piccola riflessione: “Basta che non mi chiami ‘Ciccio’ altrimenti do di matto!” e mentre digrignava i denti si rese conto che stava versando il JD sul tavolo perché il bicchiere era pieno fino all’orlo.

La porta si spalancò, lei entrò con bodyguard e ruffiani al seguito. Camminò come se dovesse sfilare davanti a un centinaio di telecamere. Il suo fotografo personale già stava scattando a raffica. Si piazzò davanti a lui con il suo abito di Versace che sembrava dire “Strappami coglione, non vedi che sto appeso per scommessa?”, lo squadrò dall’alto al basso e poi con il suo inconfondibile tono strafottente: “Ciccio, vediamo di far presto! Ce l’hai i centomila di acconto e il contratto da firmare?”
L’accordo per l’acconto era di cinquantamila dollari che lui portava in un plico nella tasca interna della sua giacca insieme al contratto. Lei lo sapeva benissimo che l’accordo era per cinquantamila, ma ci teneva a metterlo in difficoltà fin dal principio. Si rese conto che quella sarebbe stata solo la prima umiliazione di tante che avrebbe dovuto subire per portare a termine il film.

Ma del resto aveva già deciso le sue mosse al “Ciccio” con cui lei aveva iniziato la frase.

Prese dalla giacca i fogli del contratto e glie li mostrò; lei cercò di prenderli, ma Peter li ritrasse.
Lei lo guardò dubbiosa: “Ciccio ti sei rincoglionito?”
Lui prese l’accendino dalla tasca e diede fuoco a quel contratto, sventolandogli le fiamme davanti al viso e poi lasciandolo sul tavolo a finire la sua combustione.
“Ciccio, ma sei fuori di…” prima che lei completasse la frase il Jack Daniels le arrivò in faccia, poi Peter prese il seltzer e lo azionò, rovinandole duemila dollari di trucco e messa in piega.
Lui si voltò e uscì dalla porta posteriore, mentre lei urlava minacce di ogni tipo con il volto deformato dalla rabbia e impiastricciato per il trucco colante dopo l’imprevista doccia di soda water. Uno scatto di un paparazzo seminascosto nell’oscurità, come ce ne sono in quasi tutti i locali vip di Hollywood, la immortalò in un espressione che avrebbe spaventato anche Samara del film The Ring.

Dopo dieci minuti, la foto e la storia avevano già fatto il giro del mondo.

Dopo la prima ora erano già saltati per lei diversi contratti con le agenzie di pubblicità.

Peter camminò per una decina di isolati, sentendosi bene come da tempo non gli accadeva nonostante i whisky in corpo. Fece due chiamate al cellulare per far compiere al suo commercialista un paio di movimenti di denaro che gli avrebbero garantito una pensione tranquilla a prescindere da come sarebbe andato il resto della sua carriera.
“Non saranno Hollywood e una troietta ad uccidere Peter Schoeles!” pensò e si trovò a fischiettare Raindrops keep falling on my head aspettando che passasse un taxi.

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Miolord guardò Alef nel silenzio della Sala. Come tradizione le udienze che venivano concesse erano proiettate in diretta sui canali intergalattici… le connessioni erano in aumento esponenziale.
Miolord allargò le braccia e disse: “Alef… è una storia interessante ma io non…”
“Aspettate Miolord, la storia deve essere completa!”
“Completa?”
“Sì sono cinque parti, si metta comodo… file denominato ‘ragazzodelbar’ in arrivo!”


Timothy guardava e riguardava l’autografo che Peter Schoel aveva fatto sulla sua agendina.
“A Timothy, che presto mi vedrà ubriaco” prometteva la dedica.

Era stato assunto al Pink Rodeo solo da un paio di settimane, il Capo (tutti lo chiamavano solo Capo) diceva che l’aveva scelto per la sua capacità di preparare degli ottimi Margarita ma in realtà pensava che fosse per il fatto che non si tirasse indietro verso i lavori più umili, come stappare i cessi intasati invece di chiamare l’idraulico. Cosa che invece quasi tutto il resto del personale evitava di svolgere.

Il Pink Rodeo era un posto per vip e anche i camerieri dovevano avere la puzza sotto il naso evidentemente.

Non aveva visto Peter ubriaco, anzi! Lo aveva visto distruggere Anastasia De Busy e ora mentre osservava l’autografo, riceveva le notifiche di  instagram che andava intasandosi di meme con il volto terrificante di lei su tutti i profili che seguiva.

Era seduto a fumare una sigaretta appoggiato ad una pila di casse di birra nel retro del locale quando la limousine di Paco Tabarez, il Capo, arrivò e le imprecazioni in spagnolo richiamarono la sua attenzione.

Capì che quelle imprecazioni erano rivolte verso di lui solo sentì: “Puzzolente mierda yanquee, per cosa credi che ti pago? Per fumare le tue sigarette?”

Probabilmente era arrabbiato perché si era perso la scena fra il regista e la star pensò Timothy, o forse pensava che quella storia potesse avere un brutto feedback sul locale. Ma decise che non c’era una sola ragione al mondo perché qualcuno avesse il diritto di trattarlo così.

Si tolse la giacca con il simbolo del Pink Rodeo, la lasciò ordinatamente sopra le birre e senza salutare nessuno se ne andò via, fra le imprecazioni contro la vergine di Guadalupe del capo e con un paio di centoni in tasca frutto di un paio di mance particolarmente generose nella giornata.

Prese un autobus che attraversò la West Hollywood quindi Beverly Hills e poi la Mid City.

Arrivò sulla spiaggia di Santa Monica in tempo per gustarsi il tramonto e pensò che quella era la prima giornata della sua vita che non aveva sprecato.

La notizia che il Pink Rodeo era saltato in aria mentre guardava il tramonto, con numerosi morti fra personale e clienti, fra cui il sospettato narcotrafficante Paco Tabarez detto Il capo, lo lasciò tutto sommato abbastanza indifferente.

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Le dita di Miolord tamburellavano sul bracciolo della poltrona, alzò i suoi occhi verso l’interlocutore. Da tempo la razza protodivina dei Miolord aveva imparato a non far trasparire emozioni, quindi l’accenno all’impazienza che Alef percepì doveva essere stato fatto passare in modo intenzionale.
“Alef, mi stai proponendo una di quelle serie di storie incatenate?”
“Mio lord, sono storie di contingenza allo stato puro… ecco la contingenza… questa specie ne ha da vendere! File numero tre ‘Tassista’ in arrivo” disse Alef sperando che quell’impazienza era dovuta al voler conoscere le altri parti della storia e non alla perdita di tempo a cui lo stava costringendo.

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“Sono John Doubledee e non ho mai avuto un colpo di fortuna in vita mia”
“Sono John Doubledee e non ho mai avuto un colpo di fortuna in vita mia”
“Sono John Doubledee e non ho mai avuto un colpo di fortuna in vita mia”

Il mantra che lo tormentava nella sua mente stava assumendo l’aspetto di una psicosi ossessiva-compulsiva. Ma Johh Doubledee non poteva farci niente.
Da quando era nato, o almeno che lui si ricordasse, non aveva mai avuto un colpo di fortuna in vita sua.
Mai.
Non aveva mai vinto alle lotterie, non era mai stato estratto a sorte per un concorso televisivo, non aveva mai vinto nulla neanche alla riffa della scuola. Non aveva mai neanche vinto a pari e dispari con gli amici.
Nei due giorni precedenti aveva esaminato tutta la sua vita, qualche colpo di sfortuna l’aveva avuto, ma colpi di fortuna mai.

Non se ne faceva una ragione, chiunque conoscesse aveva vinto qualcosa almeno una volta nella vita… una puntata su un cavallo vincente… una giocata al lotto con i numeri del proprio taxi di servizio o qualche riffa clandestina. Lui nulla.

Quando aveva provato a giocare a poker aveva perso un centinaio di dollari, quando aveva provato a puntare su un cavallo questo si era rotto una gamba alla partenza e l’unica volta che il suo nome era stato estratto a sorte era quando il padrone della compagnia dei taxi doveva decidere chi era in servizio il giorno di Natale.

E poi vogliamo parlare della sua nascita? Poteva nascere trenta anni prima bianco o nero visto che i suoi erano una coppia mista… e lui com’era nato? Nero. Che sfiga. Che hai voglia a dire che sono tutti uguali… i bianchi sono più uguali degli altri. Punto.

E quando era diventato adolescente poteva avere un orientamento eterosessuale? No, omosessuale, cavolo. Nero ed omosessuale. E ricco neanche a parlarne. Sì siamo tutti uguali, ma i bianchi etero ricchi sono molto più uguali degli altri, altro che chiacchiere.

E altra sfortuna che si portava dietro fin dalla nascita era quello spazio, che lui vedeva enorme, fra i suoi due incisivi superiori, troppo distanziati l’uno dall’altro. Quanto lo odiava. E quanto odiava il fatto che a trent’anni non era ancora riuscito a mettere da parte abbastanza denaro per farseli sistemare da un dentista bravo. Se non fosse stato per quello spazio orribile fra i suoi denti avrebbe potuto provare a sfondare nel cinema e invece… che jella.

Quasi non si accorse dell’uomo che chiamava il taxi mentre percorreva Waring Ave. così preso dai suoi pensieri. Riuscì a frenare giusto in tempo per non perdere la corsa.
“Stradella Road, per favore.” disse l’uomo appena salito nel taxi.
“Va bene signore, subito” disse John facendo partire il tassametro, poi pensò “Stradella Road, questo è un riccone.” Sistemò lo specchietto per guardarlo meglio. Attempato, con i capelli grigi e molto in sovrappeso. Sì, doveva essere sicuramente un riccone, qualcuno del cinema… era una faccia conosciuta!

Il tizio era evidentemente su di giri, continuava a fischiettare quel motivetto delle gocce di pioggia che era anche sul film di Butch Cassidy, e ogni tanto si fermava per ridere dopo che guardava il suo smartphone. Era certamente uno del mondo del cinema.
Appena prese la strada che portava ad uno dei quartieri più ricchi della città lo identificò: “Accidenti ma lei è Peter Schoel!”
Per tutta risposta l’uomo si produsse in una sonora risata e ammise “Ebbene si, dannato Carter, sono proprio io”
“Come?” chiese John e per tutta risposta Peter rise di nuovo alla grande.
“Lascia perdere amico, è la battuta di una serie di fumetti italiani che in America penso di possedere solo io! Sì sono io Peter Schoel, con una discreta scimmia da whisky sulle spalle.”
“Oh cavolo, lo sa che ‘Promesse’ è il mio film preferito, l’ho visto non so quante volte.”
“Grazie, caro grazie… lasciami pure qua che sono arrivato”
John fermò la macchina e poi chiese: “Senta ma prima che scende me lo può fare un autografo? Mi chiamo John Doubledee!”
“Ah ah ah, per anni non becchi un cane che ti si fila e poi in un giorno ben due autografi… eh la vita…” disse Peter cercando la penna dall’interno della sua giacca. Mentre prese la penna sentì il peso del plico pieno di banconote da cento dollari che avrebbe dovuto dare ad Anastasia. Lo tirò fuori e senza pensarci un attimo ci scrisse sopra “A John Doubledee, uomo fortunato”, poi firmò e lo lanciò sul sedile davanti.
Scese dal taxi ridendo e ricominciò a cantare: “
Raindrops keep falling on my head...”
“Grazie… ma signore c’è della posta qua dentro…”
Ma l’unica risposta che ottenne fu un canto a squarciagola mentre Peter azionava il cancelletto della sua villa per scomparire al suo interno.
Raindrops keep falling on my head
But that doesn’t mean my eyes will soon be turning red
Crying’s not for me
‘Cause I’m never gonna stop the rain by complaining
Because I’m free

Molto più tardi nella stessa notte, vicino alla celebre scritta Hollywood, John Doubledee si fumò la prima canna della sua vita e si gustò ogni luce di Los Angeles prima di addormentarsi nel suo taxi.

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“Passami il quarto capitolo Alef”
“Eccolo… si chiama ‘Dentista’ ed è in arrivo!”

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Roger Wassen alzò le piccole tapparelle e guardò all’esterno del suo studio al piano terra. Eccola là, come tutte le sere puntuale alle sette e un quarto, la ragazza che faceva le pulizie nel suo studio la mattina e che, dopo altri lavori nella zona, prendeva l’autobus per tornare a casa.

Mary Luis, che razza di nome, ma con quelle tette poteva chiamarsi anche Michael Jordan che nessuno ci avrebbe fatto caso.

E come accadeva da una settimana eccolo la’, il suo innamorato non dichiarato che la guardava facendo finta una volta di leggere un libro, una volta il cellulare, una volta la mappa degli autobus. E lei niente, fissa a guardare il cielo, “Mary Luis, cosa guardi il cielo? Se vuoi far finta di nulla guarda in basso, lo stai facendo morire quel ragazzo… non te ne rendi conto?” pensava Roger, ma i suoi pensieri come troppo spesso gli succedeva si rivolsero verso se stesso.

“E tu Roger non te ne rendi conto che ti stai facendo morire da solo? Trentasei anni, tua moglie Angie e i tuoi tre figli ti aspettano per andare domani al mare a festeggiare il tuo compleanno. Festeggiare cosa? Trentasei anni a fingere di non essere frocio? Sì sei un frocio, prima o poi beccheranno le tue tresche su telegram e lei ti toglierà anche le mutande e tuo padre e tua madre piangeranno! Cazzo è il terzo millennio dell’umanità che palle… cosa cazzo è questa voce nella testa che mi do del frocio da solo… si sono frocio e allora? E allora ho anche una moglie e tre figli e se non imparo a farmi i cazzi miei da solo come pretendo che se li facciano gli altri?”

Sospirò, azzittando quei pensieri inutili, richiuse le tendine e chiamò la segretaria con l’interfono: “Abbiamo finito Lorie?”
“No dottor Wassen, c’è un appuntamento con un nuovo cliente che deve decidere che tipo di intervento fare, il signor John Doubledee”
“Lo faccia entrare, allora”

Il dentista si lavò accuratamente le mani, e mise dei nuovi guanti sterili. Si infilò il copritesta con la torcia che illuminava davanti simile a quello dei minatori, e attese il cliente.
Quando John Doubledee entrò, Roger pensò subito che fosse l’uomo più bello che avesse mai visto.

“Salve dottore!” disse John ottenendo solo un incerto sorriso come risposta.
“Sono qui perché finalmente dopo tanto tempo vorrei correggere questo mio difetto che mi perseguita da sempre, vede che brutta finestra che ho qui davanti? Si può fare nulla? La prego mi dica che si può far qualcosa, che da quando ho sedici anni io non mi posso vedere allo specchio quando sorrido e mi vergogno tanto… ora… ho avuto un colpo di fortuna, diciamo così, e mi ero ripromesso che la prima cosa da fare era questa e… dottore? Dottore?”
Roger si avvicinò a John e sfiorò le sue labbra con la sua mano coperta dal guanto blu in nitrile. John sorrise per evidenziare il suo difetto.
Il dottor Wassen riuscì solo a dire: “Signor Doubledee, lei è assolutamente perfetto.”

Mentre le connessioni sui canali intergalattici continuavano ad aumentare Miolord incalzò: “Se non sbaglio manca l’ultima l’ultima parte Alef…”
“Meriluis per l’appunto, ecco il file”

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“Ancora lui. Cosa vuole da me? Perché non mi lascia in pace? Mi sta di sicuro facendo delle foto con quel cellulare, le metterà su facebook? Rideranno di me, rideranno di queste tette che non mi danno pace. Ma perché perché una quarta su una come me Signore? Sono un fenomeno da circo, mi evitano tutti, si mettono con me solo per scommessa. Sono orrenda. Eccolo che si avvicina, che fa finta di guardare la mappa degli autobus, si sono mie non sono di silicone, che cazzo vuoi, la sai a memoria quella merda di mappa degli autobus, e poi scendi due fermate prima di me tutte le sere, che cazzo devi guardare ancora la mappa cosa sei autistico? Che poi non sei male, perché non ti trovi una bella ragazza da guardare? Guarda quella lì riccia rossa proporzionata, senza questa specie di airbag esploso qui davanti. Ma io mi tolgo tutto, voglio essere piatta, la prima cosa che faccio con i miei soldi riduco questo seno, ma si può? Peso 53 chilogrammi, dimagrisco dappertutto ma non sul seno, ah ma mi opero, hai voglia se mi opero, che qui pensano tutti che sono finte e che sono una zoccola. Oppure ritorno a fasciarmele. Dio che male che facevano però. Rieccolo…  è ancora qui intorno, mi ha visto due settimane fa, e da allora tutte le sere è qui. Ma che vuole? E guarda a me, mica questa gran figa asiatica qui vicino, no guarda a me, vuole ridere di me, chissà quante sene scopa uno bello come lui. Oddio un po’ demodè eh, sembra quell’Eddie Vedder che piace tanto a mia madre, cazzo vai in giro con la camicetta a scacchi scozzese a Los Angeles ragazzo. Però acchiappa, guarda quella rossa come lo guarda, ora se ne accorgerà che la rossa lo sta guardando e…. no cazzo è qui a guardare a me di nuovo, Signore che sei nei cieli ma perché non fai qualcosa eh?”

“Scusa!”
Mary Louis abbassò lo sguardo dal cielo e guardò finalmente il ragazzo con la camicia a scacchi scozzese negli occhi. “Oddio ha anche gli occhi azzurri Signoreiddio se è bello!” pensò. Ma invece disse: “Dimmi, cosa vuoi?” con un tono che suonava come “Vattene stronzo”.
Il ragazzo abbassò gli occhi, e disse solo “No niente scusa” si voltò e fece per andarsene ma Mary Louis rendendosi conto della sua scortesia lo richiamò “Scusa ero proprio sovrappensiero, davvero… dimmi pure!”
Lui si voltò ma emise solo suoni disarticolati tanto che lei fu costretta a dire “Scusami ma non ho capito”.
Allora il ragazzo abbassò lo sguardo e aprì la sua cartella tirando fuori un blocco da disegno. Lo aprì e le mostrò il ritratto che le aveva fatto, evidentemente l’elaborazione postuma di un’osservazione molto attenta.
Era indubbiamente il suo viso e lei si riconobbe anche se non poteva essere lei, perché lei non era certo così bella. Si mise una mano sulla bocca per frenare la meraviglia, era il tratto di un artista geniale.
“Cavolo ma sei bravissimo, ma questa non sono io, dai!”
“E perché te lo starei facendo vedere se non fossi tu? È che solo… niente… è una settimana che ti ho vista e… io so che insomma una come te… insomma è troppo per me osare pensare che tu non sia già fidanzata però visto che prendi sempre l’autobus da sola allora ho pensato che…”
Mary Louis lo abbracciò senza consentirgli di dire altro e lo baciò mentre ringraziava il cielo per una cosa così bella che in genere si legge solo sui romanzi rosa.

Dall’altro lato della strada Roger disse ad alta voce mentre accendeva la macchina: “Brava Mary, così si fa!”
John al suo fianco chiese: “Cosa hai detto Roger?”
“Niente, solo un po’ di cose che si stanno sistemando” ripose il dentista.

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Il silenzio nella Sala delle Udienze era assoluto. Miolord finì di scansionare tutti gli eoni di informazioni negli archivi a cui la sua rete neuronica aveva accesso e poi si rivolse ad Alef.
“Dunque, tu vorresti altro tempo per questa specie demente ma dominante su quel pianeta… e io te lo dovrei concedere sulla base di storie inventate da un cantante geniale?”
“Miolord, non sono storie inventate da un cantante… si quel Lucio Dalla aveva fatto un abbozzo di queste storie poi…”
“Ma cosa credi che mi chiamo Miolord per caso Alef? Ho capito, sono storie abbozzate da questo cantante, tale Lucio Dalla per una sua canzone, ovvero Merì Luis, e poi rielaborate da uno scribacchino qualunque che ci è rimasto sotto a furia di ascoltare quella canzone. E allora?”
“E allora Miolord, da quanto tempo per lei conta se una storia sia vera o inventata per definire la sua importanza?”
Ukul, l’assistente di Miolord, fece un sussulto vocale e si preparò a pulir via le ceneri di Alef dalla sala. Il silenzio durò qualche istante poi il ping dagli schermi mostrò come le connessioni avevano raggiunto il record degli ultimi cicli del Grande Attrattore.
Miolord sentenziò: “Diecimila dei loro anni. Non un centesimo di ciclo di attrattore di più! Se almeno questo scribacchino si fosse fatto ispirare da ‘Com’è profondo il mare’ ne potevo dare ventimila.”
Poi Miolord e Ukul si teletrasportarono altrove.
Alef uscì dalla sala delle udienze poco dopo, canticchiando Raindrops keep falling on my head .

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