Giallo-Noir-Horror

Exit

Pubblicato il 28 Maggio

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(Incipit n. 9 – Paul Auster)
Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui.*

“Sasha?”

“Ma quale Sasha, sorella” pensò “ma chi cerchi a quest’ora nella notte sbagliando nome e anche la nazionalità. Perché non te ne vai a dormire che la notte è fatta per quello?”

“Sasha sei tu?”

“E insisti” continuò a pensare “cosa hai bevuto per chiamare un numero a casa e cercare un russo alle due del mattino, tu che non hai un accento russo?” Eppure… i suoi neuroni cominciarono ad unire le sinapsi, si alzò dal letto mettendosi seduto con la cornetta all’orecchio e prendendosi una Lucky Strike dal pacchetto sul comodino “eppure… io questa voce la conosco… e poi… Sasha…. sono sicuro di non essermi mai presentato a nessuno con questo nome?”

“Sasha, dai rispondimi sono nella merda!”

“Donna” continuò a pensare “massimo trent’anni, parlava italiano ma non aveva nessun accento particolare, inglese probabilmente forse americana”. Ispirò la sigaretta e poi fece uscire il fumo, “Cazzo… Samantha! La moglie di Cernobil, come chiamavano il boss quelli di Tor Bella Monaca!” Si passò una mano sulla fronte, Cernobil era un criminale di serie B, ma cattivo come un pitbull rabbioso. Samantha era una fonte sicura di guadagno con tutti i soldi che maneggiava, ma il rischio nel correre in suo aiuto era altissimo.

“Cosa c’è?”

“Sasha! Era ora… sono nei casini… sono sicura che lui è venuto a sapere che ho fatto la cresta…”

“Calmati Samantha, come fai ad esserne sicura?”

Sasha certo, lei lo conosceva con quel nome… doveva stare più attento ad esagerare con il Jameson prima di dormire “Neuroni che se ne vanno!” diceva suo nonno, e poi attaccandosi al collo della bottiglia verde aggiungeva: “Ma non è detto che sia un male!”

Samantha tornò a parlare al telefono, non piangeva, non ne era il tipo. Era una donna forgiata come acciaio dalla vita che aveva alle spalle. “L’ho sentito al telefono nel suo ufficio, parlava con qualcuno di me… ha detto che avrebbe risolto definitivamente il problema anche se gli sarebbero mancati i miei occhi azzurri! Cazzo Sasha, tirami fuori, ti ho pagato apposta profumatamente.”

Certo lo aveva pagato, ma non per avere mezza Roma alle calcagna; gli accordi erano per un’uscita silenziosa, non per un salvataggio stile mission impossible.

“Dove sei adesso, Sammie?

“In una merda di autogrill a Fiano Romano”

“Quello grande o quello più piccolo?”

“Quello grande”

“Allora, mettiti al banco, ordina caffè e quello che ti pare, ma non ti muovere dal banco e non andare al bagno, chiaro? Piuttosto fattela sotto. Io sono lì fra una mezz’ora al massimo, fino ad allora, fai la carina con il barista, fai la scema… attira l’attenzione della gente che sta li. Se sei al centro dell’attenzione nessuno ti toccherà, chiaro? Non credo si metteranno mai a sparare lì”

“Va bene Sasha!”

“Quando arrivo faccio una scenata di fronte a tutti e ti porto via, chiaro?”

“Chiarissimo, ma sbrigati, ormai si saranno accorti… dovevo essere rientrata una quarto d’ora fa!”

“Stai tranquilla, e fai come ti ho detto”.

Samantha si allacciò il casco che le aveva dato Sasha e salì sulla potente Kawasaki verde fosforescente. Sasha stava per accendere la moto, ma nella penombra del parcheggio si accese la luce di un accendino e illuminò la faccia di Nkono, gigantesco tuttofare camerunense di Cernobil, che si accendeva un sigaro cubano.

Lo aspirò e poi sorrise verso i due.

“Pensavate fosse così facile?”

Ai suoi lati comparvero due uomini con la pistola in pugno, Sasha guardò nello specchietto un quarto uomo era alle loro spalle.

“Nkono, sempre un passo avanti eh?”

“Cosa ci vuoi fare Sasha, le hai detto che ti chiami così, vero? Comunque fa parte del mio lavoro!” Il colosso, nero come la pece e la barba perfettamente curata fece un passo avanti. “Dammi lo zainetto Samantha. Non costringermi a ripulire quel mezzo milione di euro dal vostro sangue!”

“Stronzo!” disse Samantha, ma scese dalla moto e si tolse lo zainetto gettandolo per terra.

Nkono la guardò sorridendo e disse “Grazie!” poi aggiunse “Beh, delle vostre ultime parole non frega un cazzo a nessuno quindi…”

“Neanche delle tue!”

“Si ma le mie non sono le ultime!”

“Dici? Eppure sai che non lavoro mai solo…”

Richiamati dall’allarme a ultrasuoni che Sasha aveva azionato poco prima, ben sei rottweiler giganteschi erano usciti dal furgone Ducato con cui Sasha aveva portato loro e la motocicletta nelle vicinanze dell’autogrill grazie alla strada di servizio. In pochi istanti assalirono chi minacciava il loro padrone. Erano animali troppo letali per dare una sola possibilità agli umani. Solo il gigantesco colosso d’ebano riusci a difendersi prendendone uno per il collo, ma Sasha gli sparò chiudendo la questione. Gli altri uomini erano già morti in terra con le giugulari squarciate. Sasha raccolse lo zainetto e lo porse Samantha, accese la moto e partirono. I cani avrebbero ritrovato da soli la strada di casa, mentre il Ducato cominciava a prendere fuoco.

Il resto della notte Sasha e Samantha avevano dato un senso all’adrenalina in circolo mettendo a dura prova il letto di un losco motel di Orte. Samantha aveva lasciato Sasha dormire e si stava facendo una doccia, anche se era abituata ad altri standard ne aveva bisogno.

Quando uscì dal bagno, il letto era vuoto.

“Cernobil non arriverà prima di un paio d’ore!”

Trasalì sentendo la sua voce. Poi lo vide: era in piedi giocando con la sua automatica roteandola sull’indice.

“Ovviamente questa l’avevo disattivata subito dal tuo zaino, prima ancora di far fuori quello scimmione di Nkono” aggiunse gettando sul letto il segnalatore gps spento.
“Sasha ma che cosa…”

“Non mi chiamo Sasha.”

“Beh ma cosa…”

“Il gioco è finito Sammie, mi dispiace, avresti dovuto fidarti di me.”

“Sasha…. o come ti chiami… Cernobil ha il mio bambino…”

“Non dire cazzate, non hai mai avuto bambini!”

Samantha abbassò la testa “Almeno non farmi soffrire!”

Sparò al petto, e poi in fronte quando lei era già a terra. Si chinò e gli sfiorò le labbra con le dita.

“Prima o poi dovrò cambiare lavoro” pensò. “Mi sto rammollendo.”

* il racconto è stato scritto per un concorso in cui si doveva scegliere uno degli incipit proposti e svilupparci una storia in 6mila battute.

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