Fantascienza

Alphaville

Pubblicato il 16 Aprile

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Boris Karnaski procedeva con passo sicuro lungo il corridoio che portava negli uffici del capitano. Da quando avevano trovato il modo per rendere stabili i campi gravitazionali artificiali all’interno delle astronavi, passeggiare era un’attività molto più gradevole. Era avvenuto vent’anni prima, nell’anno terrestre 218 dopo la liberazione, come veniva comunemente chiamata la messa in disuso del vecchio calendario Gregoriano rimasto in vigore per 2503 anni.
O meglio a Boris sembrava che quell’evento fosse avvenuto venti anni prima, perché con i viaggi nello spazio a velocità ultraluce, il tempo per gli astronauti si era scombussolato e nessuno ci capiva più niente.
Le esplorazioni all’interno della Galassia erano iniziate nel febbraio del 2430 secondo il vecchio calendario, ed avevano rapidamente contribuito alla sua messa da parte.
Il paradosso einsteniano dei gemelli era di difficile soluzione già con velocità inferiori a quelle della luce, con la scoperta che la fantomatica “c” era solo un valore come tanti altri, facilmente superabile purché in possesso di una spinta adatta, tenere conto di quello che succedeva al tempo durante un viaggio ultraluce era impossibile.
I fisici avevano provato a fare calcoli teorici, ma il risultato era sempre diverso: ogni volta che l’astronave tornava sulla Terra l’orologio atomico che misurava il tempo all’interno aveva un valore sempre sorprendente. Registrava anche con anni di differenza rispetto alle attese.
Il risultato era che si poteva decidere quando partire e dove andare ma non si sapeva quando si sarebbe tornati. E se la cosa avrebbe fatto piacere ai vecchi viaggiatori terrestri di un tempo, che quando partivano per un piccolo giro del loro pianeta buttavano via l’orologio, faceva letteralmente andare su tutte le furie gli scienziati che non potevano sapere quando sarebbe tornata la missione di esplorazione preparata con tanta cura.
Alla fine, a bordo delle gigantesche navi spinte dai motori quantistici, si era optato per prendere come riferimento il tempo terrestre standard, ovvero quello che, si sperava, l’orologio di bordo avrebbe continuato a segnare noncurante della velocità. Una volta ritornati, si calcolavano gli anni trascorsi sulla Terra. Ogni missione a tal proposito, organizzava delle lotterie in cui buona parte dell’equipaggio scommetteva una parte consistente del compenso.
Oltre a questo, quando si tornava sulla Terra non solo si perdevano i rapporti con ogni amico e parente (raramente le missioni erano brevi), ma si veniva catapultati in realtà sociopolitiche sempre diverse. Ecco perché chi saliva a bordo di un’astronave non ne scendeva più e si accompagnava con gli altri viaggiatori che condividevano l’attraversamento dei secoli terrestri attraverso pochi anni lungo la Galassia.

Boris era il vicecomandante della missione affidata all’astronave Alphaville, che quasi come tutte le altre missioni aveva il compito di esplorare quella Galassia che sembrava non finire mai. Il settore da esplorare era ben distante dalla coppia di buchi neri gemelli che si trovava al suo centro. Per lo meno non c’era il rischio che l’astronave venisse inghiottita da un’improvvisa espansione di quei buchi neri, fenomeno già successo varie volte prima di scoprire che i buchi avevano un’ attività pulsante.
Ma come tutte le missioni anche questa aveva i suoi colpi di scena, l’ultimo dei quali la scoperta casuale di un immenso planetoide non appartenente ad alcun sistema solare e la cui superficie, completamente oscura, sembrava quasi interamente composta da gallio e germanio.

L’importanza dei due semiconduttori nell’economia terrestre era enorme, perché erano alla base del volo ultraluce. Sulla Terra ormai scarseggiavano e uno degli scopi primari delle missioni era proprio trovarne altre riserve per garantire il protrarsi dei viaggi nello spazio. Un classico esempio di loop economico-tecnologico che sembrava non trovare soluzione.
Certo, la scoperta di un intero pianeta di semiconduttori poteva finalmente garantire migliaia di anni di viaggi ultraluce e la sua importanza economica era enorme, ma restava da capire quale compagnia si sarebbe appropriata della concessione.

Le missioni spaziali erano garantite dal GUT, il Governo Unito Terrestre che al di là dell’aggettivo autoassegnatosi era tutt’altro che unito.
Sulla Terra, quando Alphaville era partita, nell’anno 235 dopo la Liberazione, non c’erano più nazioni, ma 28 megalopoli sparse sul pianeta che eleggevano i loro rappresentanti al Gut. Il quale, a causa di veti incrociati, lobby economiche e giochi di potere, non risusciva a prendere decisioni perciò si limitava a emanare principi generali “leggeri” che erano di scarso o addirittura nessuno interesse pratico.
Per quello che riguardava lo sfruttamento delle concessioni spaziali, le cose stavano così. Il Gut organizzava la missione di esplorazione, e quando la missione, al rientro, forniva il suo resoconto , si organizzavano le aste per le singole concessioni. Chi offriva di più organizzava la sua missione di sfruttamento.
Facile a dirsi, ma se fossero trapelate delle notizie e “casualmente” una società fosse partita per un’esplorazione propria mettendo la sua base di sfruttamento sul pianeta prima che si svolgesse l’asta per la concessione?
Come già detto, il tempo di viaggio nell’ultraluce era più che relativo! Quindi se, poniamo il caso, uno dei membri dell’esplorazione governativa avesse informato appena tornato una società che c’erano enormi ricchezze da sfruttare in un dato settore, questa sarebbe partita immediatamente per il recupero delle risorse e probabilmente avrebbe avuto anni (terrestri) di tempo per accumularle e riportarle sulla Terra in barba a chi legittimamente si fosse nel frattempo aggiudicato l’asta per la concessione.
E quando poi fosse partita la missione di questi ultimi che incontrava una precedente missione a sfruttare le risorse di un pianeta sperduto nella Galassia, puntualmente scoppiava una piccola guerra che nessuno era in grado di impedire e di cui a nessuno, sulla Terra, importava niente perché era ad anni luce da casa sua.

Boris entrò nell’alloggio del capitano Tony Trabert, mentre la porta si chiudeva dietro di sé e sentì distintamente che stava parlando da solo.
– … è fermo, dannatamente fermo…-
– vicecapitano a rapporto signore.
– … se solo si potessero falsare questi maledetti dati…
– Signore?
– Il capitano dell’astronave Alphaville si voltò con aria sorpresa
– Uh?
– vicecapitano a rapporto, signore.
Tony Trabert, capelli grigi, volto che tradiva l’esperienza accumulata, fisico ancora integro, uniforme impeccabile, squadrò Boris come se all’improvviso fosse entrato nel suo alloggio uno di quegli alieni che tanto erano stati cercati nella Galassia ma di cui non si era trovata traccia, ad esclusione delle alghe rosse di Drapton IV, i pericolosi batteri di Krimmon e il sorprendente plancton fosforescente di Alba II.
– Si… Karnascki… giusto… mi porta i dati della rilevazione quantistica?
– Esatto signore.
– E quindi? Mi riassuma velocemente, presto.
– Il planetoide pur avendo attività quantica come tutti i semiconduttori è fermo rispetto ad ogni punto di riferimento conosciuto signore.
– No…
Il capitano Trabert chiuse gli occhi e si lasciò cadere sulla poltrona alle sue spalle.
– Fermo… assolutamente fermo
– Esatto signore.
Boris non capiva la sorpresa del capitano, e non capiva neanche le ripetute verifiche telemetriche che lo aveva costretto a fare nelle ultime ore.
Il planetoide di semiconduttori era fermo sotto ogni possibile punto di vista. Niente rotazione sui suoi assi, nessuna rivoluzione attorno a stelle di riferimento e nessuna rivoluzione neanche rispetto al centro della Galassia. Non seguiva i movimenti dei bracci periferici di questa, non era attratto da pulsar lontane e adesso l’ultima conferma: non seguiva neanche il movimento della Galassia verso il Grande Attrattore, misterioso corpo di materia e energia oscura verso il quale tutte le galassie dell’Universo si muovevano.
In una parola il planetoide extrasolare scoperto casualmente a causa di un uscita imprevista dal volo ultraluce e nominato tecnicamente AK-987-W-LED-111-MEC, che qualcuno a bordo aveva ribattezzato Opulent in previsione delle ricchezze che il gallio e il germanio gli avrebbero fatto guadagnare, era fermo.
– Lei quanti anni ha Karnaski?
Il vicecapitano fu colto di sorpresa, non si chiedevano gli anni a bordo di un viaggio ultraluce, era impossibile dare una risposta esatta.
– Capitano… quando siamo partiti avevo 58 anni terrestri signore.
– 58 anni scremati dagli effetti dei voli ultraluce immagino.
– Certo signore
– Ma effettivamente quando è nato? In che anno?
Boris inarcò le ciglia, non capiva dove il capitano volesse andare a parare.
– Sono nato nell’89 dopo la liberazione capitano
– Quindi aveva 146 anni reali quando siamo partiti
– Beh.. si signore
– E come si sente?
“Beh, che mi prenda un colpo” pensò Karnaski “il capitano si è rincitrullito”
– signore, non capisco il senso della discussione
– Suvvia Karnaski, come si sente? Mi sembra arzillo per avere 146 anni
– Signore… i voli ultraluce…
– non dia lezioni sui voli ultraluce a me, Karnaski. Anzi mi dica, secondo lei quanti anni ho?
Boris Karnaski si chiese se la registrazione delle spie di bordo, come venivano chiamate le audiocamere che riprendevano tutti i movimenti a bordo di Alphaville, sarebbe stata secretata dal capitano, perché in quel caso nessuno gli avrebbe mai creduto.
– Signore, con tutto il rispetto lei ha un ottimo aspetto, io le darei poco più di 60 anni se proprio sono costretto a rispondere.
Tony Trabert scoppiò in una fragorosa risata. Si alzò dalla sedia e aprì la bottiglia di Whisky che non poteva mancare nell’alloggio del capitano di un’astronave. Riempì i bicchieri e porgendo il liquore al vicecapitano non poté fare a meno di sorridere sarcasticamente
– Sono nato nel 2402 del vecchio calendario, caro Karnaski
Il vicecapitano lo guardò, non disse niente, sorseggiò il whisky e poi decise di averne abbastanza
– capitano lei mi sta prendendo in giro, e di nuovo non capisco il senso della conversazione, chiedo di essere congedato da questa discussione.
Il capitano si chinò sul pannello di controllo, premette un pulsante e la porta di uscita dall’alloggio si bloccò.
– Nessuna presa in giro Karnaski e lei non è congedato, vivremo insieme questi ultimi minuti di esistenza di Alphaville.
– Di nuovo non capisco signore….
– Come le dicevo sono nato nel 2402, quando siamo partiti dalla Terra con Alphaville avevo la bellezza di 336 anni reali. Il mio primo volo ultraluce è stato nel 2444 fino al sistema solare di Epsilon Eridani, un viaggio assolutamente inutile. Lei ha mai sentito parlare delle guerre dei dogmi?
– Si signore – Boris Karnaski cominciava a confondersi mentre cercava di fare i calcoli su quanti anni, scremati dal volo ultraluce, avesse Tony Trabant.
– Le garantisco che non sono state piacevoli Karnaski. Quando l’alleanza dell’Onnipotente ha costruito nel sistema di Sirio un creatore in carne ed ossa con poteri che sembravano inspiegabili e l’ha fatto arrivare sulla Terra a reclamare la sua “creazione”, ci eravamo quasi caduti. Non fosse stato per i fanatici del Corano che non si sono uniti all’alleanza e hanno smascherato i suoi giochi replicando con un Allah in carne ed ossa con poteri divini, il nuovo medioevo sarebbe anche potuto durare.
– Capitano, la storia la conosco, ce la insegnano all’Accademia.
– Si ma non le insegnano gli accordi segreti che sono nati in seguito a quegli eventi. Mai più verità assolute, mai più dogmi indiscutibili, mai più niente che potesse mettere in dubbio la necessità del relativismo.
– Questo mi sembra un ossimoro capitano.
– Ma non lo è! Cosa dicevano gli illuminati dei secoli scorsi? intolleranza con gli intolleranti: quindi o le cose le capisci o te le imponiamo perché non possiamo più rischiare altri miliardi di morti in guerre dogmatiche.
– Sì ma… non capisco… questo che c’entra con la nostra situazione?
– Come che c’entra – gridò il capitano – guardi là fuori: ecco il suo dogma! Opulent! Glie l’ha messo lei questo nome? Non lo so e non lo voglio sapere. Un gigante, grande quanto Giove ma solido e assolutamente immobile.
Boris Karnaski cominciava a riflettere sulla situazione. Il capitano era diventato paonazzo, e il suo ragionamento non lasciava presagire niente di buono.
– Capitano, cerchiamo di ragionare, lei mi ha detto che ha 336 anni che, tolti i voli ultraluce, la portano a circa 150 anni reali. La cosa è impossibile.
Tony Trabant guardò negli occhi il suo vice, capiva che voleva cambiare discorso ma non gliel’avrebbe consentito.
– È uno degli effetti del volo ultraluce. Ringiovanisce i tessuti Karnaski, ma è un segreto altrimenti tutti vorrebbero salire su queste astronavi. Si curerebbero tutti i malati e saremmo da capo con il problema della sovrappopolazione. Come al solito si devono prendere delle decisioni, ubi major minor cessat. – Tony Trabant diventò cupo in volto – Decida bene cosa vuol domandare, da questo momento ci restano all’incirca cinque minuti di vita.
– Cosa?
– Ho attivato il sistema di autodistruzione di Alphaville, nessuno deve sapere di questo planetoide, in nessun caso. Altrimenti i fanatici dell’assolutismo riprenderebbero fiato e avrebbero gioco facile a dire che l’assoluto, il punto di riferimento assoluto, esiste.
– Non è possibile! Io non ho dato l’autorizzazione per il comando.
– Come le dicevo, non tutto le è noto. Il capitano della nave può prendere questa decisione anche da solo se le circostanze lo richiedono. Ubi major minor cessat.
Boris Karnaski impallidì, il suo capitano l’aveva informato che gli restavano meno di cinque minuti di vita. Ruppe il bicchiere nella sua mano per la tensione accumulata nei muscoli.
– Cazzo!
– Che peccato sprecare il suo ultimo whisky Karnaski, questo è veramente imperdonabile
– Vaffanculo cazzo! Lei ci ha condannati pazzo bastardo
– Ubi Major…
– Vaffanculo!
Tony Trabant sorrise, e non si accorse del raggio laser che trapassò il suo cuore. Cadde morto nel suo alloggio senza avere la possibilità di dire neanche un’ultima parola.
Boris si guardò intorno, cosa poteva essere successo? Nessuno aveva armi a bordo delle missioni governative. Poi una voce riempì l’abitacolo.
– Vicecapitano Boris Karnaski lei ha ora il comando di Alphaville, questo comando le è stato assegnato dall’Intelligenza Artificiale di Controllo. I suoi ordini sono di rientrare al più presto sulla Terra e fare rapporto al Governo Unito Terrestre. Per altre informazioni controlli i file nel suo computer di bordo. Buon lavoro.

Intelligenza artificiale di Controllo? Non ne aveva mai sentito parlare, ma ormai era difficile sorprendersi ancora. Qualcuno evidentemente aveva deciso che un enorme pianeta di semiconduttori era più importante dei rischi di nuove guerre dogmatiche.
Ubi Major minor cessat, per l’appunto.

Dicembre 2013

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