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Piccoli grandi film

Pubblicato il 1 Aprile

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Tempo fa vi abbiamo elencato, presupponendo che non potevate vivere senza i nostri pareri, alcuni film sopravvalutati ma che tutti i cinefili devono aver visto per forza altrimenti non possono essere considerati tali.
Oggi vi facciamo un ulteriore regalo, sempre non richiesto ma speriamo altrettanto gradito, ovvero dei film che probabilmente, quando li nominerete nel vostro salotto del loft “per bene” a fianco del marxista da comodino e dell’industriale illuminato, tutti sgraneranno gli occhi e sospireranno estasiati dalla vostra conoscenza cinematografica.

L’uomo del treno (Francia 2003, di Patrice Leconte con Johnny Halliday)

Capolavoro del cinema francese, visto in Italia da pochi poiché fuori dalla grande distribuzione. La trama tratta di due uomini che più diversi non potrebbero essere: il primo pensionato dalla vita più che tranquilla di campagna ma con una brutta malattia che lo sta per costringere ad affrontare un intervento ospedaliero, affitta una stanza al secondo uomo protagonista del film che si scoprirà essere un gangster in zona per un audace colpo in banca.
Riflessioni sul senso della vita, la voglia di tranquillità nell’uomo di avventura che contrasta con la voglia di avventura nell’uomo tranquillo. Un continuo guardarsi allo specchio fino all’onirico finale.
Imperdibile.



Stand by me – Ricordo di un estate (Usa 1986, di Robert Reiner con River Phoenix)

È il film sull’eterna adolescenza. Questo più di ogni altro incarna i sogni mancati dei piccoli uomini che all’inizio della pubertà si sognano ancora astronauti, esploratori, quaterback e stelle del cinema ma già sanno che da li a poco dovranno fare i conti per entrare in un liceo decente per non buttare la vita alle ortiche, come stanno facendo alcuni ragazzi di pochi anni più grandi di loro, capitanati da un cattivissimo Kiefer Sutherland e con cui si genera una vera sfida.
River Phoenix sfodera a soli quindici anni un’interpretazione da oscar e chissà quanti ne avrebbe vinti nella sua carriera se l’abuso di eroina e cocaina non lo tolse da Hollywood solo sette anni più tardi.
Quando dopo averlo visto decanterete (inevitabilmente) le lodi di questo film nelle serate eleganti sottolineate sempre il fatto, per far bella figura, che è interamente tratto da un racconto di Stephen King e se davanti a voi troverete l’ebete che commenterà: “Ma no, non è un horror!” colpitelo selvaggiamente con il cavatappi di design.

 

Quella casa nel bosco (Usa 2011 di Drew Goddard)

“Va bene allora parliamo di horror” (dite questa battuta ripulendo il cavatappi di design e aprendo una nuova bottiglia di Chianti da assaporare con il fegato dello sventurato commentatore del film precedente).
Si sa, la vita del cinefilo amante dell’horror è dura. Serate in solitaria al cinema per vedere il quindicesimo remake di Nightmare che neanche Freddy Kruger andrebbe a vederlo; insultato e deriso per aver trascinato gli amici a vedere boiate sugli zombi che pure avevano cinque stellette di riferimento sulla fanzine preferita, fidanzate che vi hanno lasciato per sempre quando attaccavate con il solito elenco degli indizi lasciati dal regista di Blair Witch Project.
Ma tutto viene ripagato da gioielli come questo, 95 minuti di perfezione assoluta. Di Genio, di delirio e di horror puro. Gioiello che sarà sempre sconosciuto ai più ma che voi vi siete gustati da soli in prima fila nel buio della sala… e vi hanno ritrovato lì, dopo il cameo finale di Sigourney Weaver, gli addetti del cinema con la bocca spalancata piena di popcorn, la lattina di seven up stritolata nella vostra mano destra, che mormoravate: “Ancora… lo voglio rivedere ancora…”

 

La casa delle finestre che ridono (Italia 1976, di Pupi Avati)

Quando viene citata questa perla del cinema italiano si sottolinea sempre il nome del regista, ovvero Pupi Avati che nonostante questo fantastico esordio raramente è tornato a girare thriller dedicandosi ad altro.
Questo film è probabilmente il più riuscito del thriller all’italiana degli anni settanta insieme a “Profondo Rosso” di Dario Argento e “Non si sevizia un paperino” di Lucio Fulci.
Trasformare la bassa padana in un luogo misterioso dove tutti si fanno gli affari propri, dove tutti “sanno” ma non possono fare niente perché bene o male sono tutti coinvolti è stata senz’altra la scelta vincente del regista. L’inquietudine pervade tutto il film ed entra dentro allo spettatore fino al colpo di scena finale da applausi. Super cult.

 

Regression (Canada e Spagna 2015, di Alejandro Amenabàr con Ethan Hawke, Emma Thompson)

Avete presente quante volte mettono all’inizio del film la frase “tratto da una storia vera”?
Ecco, questo capolavoro di Amenabàr parla effettivamente di una storia vera ed è un pesantissimo atto d’accusa alle tecniche investigative pseudoscientifiche che in America hanno preso sempre più piede. Decine di processi basati sulle uniche prove d’accusa avute da regressioni ipnotiche che riportano alla luce abusi nascosti fatti dai genitori ma anche e soprattutto da fantomatiche organizzazioni sataniste (quasi mai rintracciate davvero, ma che si riconducevano tutte a qualche ragazzo burlone o effettivamente alienato).
I fatti qui narrati si svolsero realmente nel Minnesota nel 1990, quando una cittadina e gli investigatori che indagavano sui presunti abusi sessuali e omicidi commessi dal padre agli ordini di una fantomatica setta, credettero alle invenzioni di una ragazzina che invece era plagiata da una setta di “cristiani rinati” (quella si, realmente esistente). Tante persone rimasero vittime di una terribile isteria di massa che li portò a vedere delitti e abusi dove invece non c’era nulla di vero.
Il film pochissimo apprezzato da pubblico e critica in questi anni è invece superbamente girato e interpretato dai protagonisti principali. Confidiamo che appena saranno finiti questi tempi “vintage” in cui è di moda essere irrazionali come nel medioevo e torneranno i “lumi della ragione” il film sarà ampiamente rivalutato.

 

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