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Piccoli grandi film, parte II

Pubblicato il 6 Aprile

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Completiamo (si fa per dire), il discorso sui film semisconosciuti, che da cinefili dovete assolutamente vedere ma anche da non cinefili possono farvi “svoltare” la serata facendovi riuscire a passare per intellettuali. Ammesso che ci teniate a passare per intellettuali, nel caso contrario potete sempre dichiararvi elettori di Salvini e da lì in poi siete giustificati a non conoscere niente di letteratura, cinema, arte etc.

Politica a parte cominciamo con una vera chicca:

Memento (Usa 2000, di Cristopher Nolan con Guy Pierce e Carrie Ann-Moss)

È il film che ha lanciato Cristopher Nolan all’attenzione della critica e del pubblico. Un capolavoro di costruzione e tecnica del montaggio cinematografico.

È un film in cui lo spettatore non solo vede il protagonista, ma vive con il protagonista il suo dramma personale, che in questo caso si chiama “perdita della memoria anterograda”, condizione patologica realmente esistente in cui ad un certo punto della vita una persona smette di accumulare ricordi nella c.d. memoria a lungo termine e quindi ogni tot minuti (a seconda della sua capacità di memoria a brvee termine) resetta e riparte da zero o per meglio dire dagli ultimi ricordi a breve termine memorizzati. Può sembrarvi assurdo ma è realmente esistente.

Il protagonista Leonard, Guy Pearce, sa che qualcuno ha ucciso la moglie, ma lo shock è stato tale che gli ha causato questa forma di amnesia. Da quel momento per non perdere i ricordi ricorre a vari stratagemmi, appunti sulle polaroid, messaggi e, per le cose più importanti tatuaggi sul proprio corpo. Il tutto al fine di trovare l’assassino della moglie.

Ma a un certo punto capisce che c’è qualcosa che non torna e qualcuno che gli si professa amico, amico non è, quindi la cosa si complica.

La genialità del montaggio è che è un film al contrario, quindi inizia con i quindici minuti finali della storia, e quando si interrompono (cioè Leonard smette di accumulare i ricordi) vi vengono mostrati i quindici minuti precedenti.

Complicato? Pensate quello che deve essere stato concepirlo un film del genere.

Favoloso.

Punto di non ritorno (Usa 1997, di Paul W. S. Anderson con Sam Neil e Laurence Fishburne)

Chiariamo un punto, il genere fantahorror è per pochi intimi. Il “terrore nello spazio profondo” dove, tanto per continuare con le citazioni a caso, “nessuno può sentirti urlare” è un brivido sottile che divide da sempre chi ama e chi odia il genere. I puristi della fantascienza (Star Wars o Odissea nello spazio) non lo sopportano perché il mostro distoglie dall’aspetto fantascientifico. I filosofi del gotico non lo accettano perché gioca con regole che non conoscono. Ma il vero cinefilo lo ama dai tempi del Dott. K, degli ultracorpi, e degli alieni/zombi di Mario Bava.

Punto di non ritorno” (molto più bello il titolo originale “Even Horizon”) è davvero un capolavoro del genere che mescola con sapienza tecnologia e paure ancestrali. Sam Neil come al solito è straordinario e meriterebbe un oscar se questo fosse un genere che potrebbe competere per i premi. L’astronave Even Horizon è tornata. Da dove, nessuno lo sa. E se non basta questo per precipitarvi a cercare il dvd, allora avete lo spirito di avventura di un bradipo pigro in un giorno di pioggia.

L’odio (Francia 1995, di Mathieu Kassowitz con Vincent Cassel)

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: ‘Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.’ Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.”

Film cult della ribellione parigina degli anni ’90. Non è un film, è una vivisezione dei problemi interraziali della società Francese alla fine del secolo scorso. Vincent Cassel è straordinario e la scelta di girarlo in bianco e nero lo rende immortale.

Non è quello che succede, non è la contingenza del ritrovamento di una pistola, non è l’eterno dilemma sull’uso della forza da parte della polizia che dovete guardare. È l’insieme.

Non c’è niente del genere nel panorama cinematografico mondiale che abbia la potenza emotiva di questo film ad eccezione, forse, di “Garage Olimpo”, “Terra e libertà” e “Germania Anno Zero”.

Esageriamo? Ce lo saprete dire.

Clerks (Usa 1994, di e con Kevin Smith)

Vogliamo alleggerire un po’? Alleggeriamo.

Kevin Smith è un autore geniale, fuori da ogni canone dello star system. Dopo i successi avuti con questo film (il suo esordio da indipendente) e con Dogma poteva letteralmente fare di tutto. Girare un blockbuster ogni tanto con la superstar di hollywood di turno e godersi i miliardi.

Non che adesso se la passi male, ma di certo non ha i budget cosmici destinati ad altri registi meno talentuosi di lui. Forse perché scomodo, forse perché non sa tenere la bocca chiusa, forse perché gli piace divertirsi nell’eccesso come da bravo giovane americano.

Ad ogni modo Clerks è un geniale lungometraggio basato sulla figura di due commessi (da qui il titolo del film per l’appunto) Dante e Randall che sono diversi su tutto anche se concordano sulle basi della vita. Tipo che Star Wars è una figata assoluta. Mentre Randall gestisce il videonoleggio che lascia tranquillamente andare in malora, Dane vorrebbe gestire anche coscienziosamente il suo drugstore, ma vuoi per Randall, vuoi per Jay e Silent Bob, due spacciatori sempre davanti alla porta del drugstore, vuoi per le liti con la sua ragazza e con le sue ex non ci riuscirà mai.

Umorismo molto yankee, ma tagliente come sarebbe Woody Allen se fosse nato in questa generazione.

Una pura formalità (Italia/Francia 1994, di G. Tornatore con R. Polanski e G. Depardieu)

La gendarmeriè arresta un uomo (Gerard Depardieu) che corre nella foresta nelle vicinanze di una casa in cui c’è stato un delitto. Lo porta al comando, una casina di campagna diroccata e in cui non sembra funzionare niente in cui il commissario (Roman Polanski) lo sottopone ad interrogatorio. Lo sconosciuto si presenta come Onoff, uno dei più grandi scrittori francesi di tutti i tempi e il commissario dopo un primo momento di perplessità lo riconosce e comincia a parlare con lui dei suoi libri. Ma è solo un attimo, poi torna al suo dovere, perché Onoff non sa giustificare la sua presenza in quella foresta.

Onirico, inquietante, angosciante, umano. Questo film di Giuseppe Tornatore è forse la sua opera più riuscita. Sappiamo che il regista ha diversi film eccezionali nel suo portfolio. Ma se noi dovessimo sceglierne uno, nonostante i colossi che sono certamente più conosciuti come “Nuovo cinema Paradiso” o “La leggenda del pianista sull’oceano”, beh lo confermiamo, sceglieremmo questo piccolo grande capolavoro.

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