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Il filo e il colore dei ricordi

Pubblicato il 10 Agosto

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Il fluire dei ricordi non segue mai una linea retta, ne’ tanto meno una qualunque logica.
Quando ricordiamo, con un amico o un gruppo di amici, i momenti del tempo fluiscono in modo più o meno casuale. Due anni prima, venti anni prima, dieci anni prima.
Raramente quando ricordiamo in compagnia i discorsi hanno un senso temporale. Si ricostruiscono in modo più o meno arbitrario fatti e dialoghi e spesso i diretti interessati non ci si riconoscono. “Ma no, non ho detto così” , “Ma no, non ho fatto quello”, “Adesso te la racconto io com’è che è andata”.
Ricordare non è un’impresa facile, raramente riusciamo ad essere obiettivi senza filtrare le cose dal nostro personale punto di vista. Ricostruire gli eventi in modo obiettivo è un compito durissimo del narratore e pochi sono disposti ad ammettere che gli episodi che raccontano sono eventi realmente accaduti. E non è un discorso di opportunità editoriale (in quel caso sempre bene tutelarsi con la classica formula “gli eventi narrati sono frutto di fantasia… etc”), è piuttosto accettare il fatto che l’evento narrato sarà sempre filtrato dalla mente, più che dagli occhi, di chi lo racconta.

Ricordare è spesso piacevole, anche se poi il gusto che ci lascia il ricordo non è mai dolce fine in fondo. Magari perché quella persona che ricordiamo non c’è più, o magari solo perché il ricordo ci da la consapevolezza del tempo che è passato.

Un modo per stimolare il ricordo è la fotografia. Chi ha la passione di portarsi dietro fotocamere più o meno costose per immortalare frequentemente quello che sta accadendo è senz’altro una persona a cui piace ricordare e spesso vive nella paura di non ricordare abbastanza. Di non essere abbastanza dettagliato, di aver trascurato un particolare importante, di non rendere a pieno l’importanza del ricordo. Ma per quanti megapixel la tecnologia ci possa regalare, per quante migliaia di euro possiamo spendere per migliorare la luminosità del nostro obiettivo le foto che ci prenderanno al cuore saranno quasi sempre quelle in bianco e nero. Perché quella scala di grigi rende appieno la non completezza del ricordo. Il bianco e nero sembra memorizzare in anticipo la nostra perdita di memoria.

Così quando ripenserò a quella giornata in cui ci siamo letti i racconti sul tema “l’eterna attesa dell’estate” non ricorderò se Simone portava una t shirt blu o grigia, tanto meno il colore dei pantaloni di Alex. Ma ricorderò loro. Ed è per questo che, quando stampo una foto a cui tengo, tolgo i colori. Anticipo la mia mancanza di memoria ma allo stesso tempo fisso ciò che è importante.

Tutto un discorso a parte merita chi sceglie di usare la polaroid per le foto (in realtà la polaroid è fallita ma ci sono per fortuna i sostituti) . Credo che in questo caso l’ossessione per il ricordo assuma livelli quasi patologici, non solo c’è l’esigenza di fissare il momento ma anche quella di stamparlo immediatamente.

Foto Fujifilm, desaturazione con programma di fotoritocco. Il gruppo è quello degli Scrittori Sopravvissuti… con qualche assenza.

foto gruppo giugno 15

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