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Aspettando la fine del mondo. Biden vince contro Trump, ma c’è poco da festeggiare.

Pubblicato il 10 Novembre

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Chi è e cosa rappresenta Donald Trump lo so bene è inutile che ve lo spieghi.

Non faccio parte neanche di quegli sciocchi che dicono “almeno Trump non ha fatto nessuna guerra” che significa non sapere nulla di quello che è successo in Kurdistan e di evitare di menzionare l’omicidio del generale iraniano Soleimani in Iraq che il tycoon ha rivendicato (hchissà perché i mass media non abbiano collegato i nuovi attacchi jihadisti a Nizza e Vienna all’assassinio rivendicato dallo psicologicamente disturbato presidente Usa a inizio anno, nevvero?), nonché il conseguente invio di tremila marines di “rinforzo” alle truppe in quel paese occupato militarmente ormai dal 2002.

Eppure lo ribadisco, da festeggiare c’è ben poco.

Joe Biden è riuscito a ottenere una vittoria striminzita su un avversario che era dato dagli 8 ai 12 punti percentuali indietro e solo dopo un atto di forza non molto comune in America. Ovvero quello di imporre la conta di tutti i voti per quattro lunghe giornate di passione.

Se questo si fosse fatto nel 2000 Al Gore sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti perché, ormai lo sanno tutti, in Florida aveva quasi certamente vinto lui. Ma ciò che ha fatto tanto scalpore nella richiesta di Trump di fermare la conta dei voti perché il suo vantaggio era evidente, è esattamente quanto concesso in Florida nel 2000 al rampollo alcolista della famiglia Bush sotto la sapiente guida di Cheney.

Certo, indiscutibilmente qui la situazione era diversa e gli stati in bilico erano almeno cinque se non più quindi era impensabile che si accettasse la richiesta del tycoon, eppure questa assurdità rimane.

il 5 novembre ho visto in diretta la CNN intervistare una donna responsabile del voto in Wisconsin che ha dichiarato di non poter dire quando sarebbe terminata la conta dei voti “maybe sometimes!” ha dichiarato,  con i giornalisti che ridevano e l’han presa in giro a fine collegamento. La stessa CNN dopo giorni di attesa ha proclamato (si ho scritto bene la CNN ha proclamato) la vittoria di Biden quando ha ritenuto che il suo vantaggio in Wisconsin, Michigan, Pennsylvania e Georgia non era recuperabile.
Il che mi sta bene, ci mancherebbe… ma non dovrebbe essere un ministero dell’interno o di qualche altro ente governativo americano a dirlo?

This is the american democracy guys and dolls. 

La sconfitta di misura di Trump, e quindi nei fatti un’incredibile rimonta che ha spaventato da morire i supporters democratici (soprattutto i giornali italiani che tifavano per Biden) significa che il trumpismo, così come è successo con il berlusconismo in Italia, resterà molto più a lungo del suo interprete.

Eppure non è questo il motivo principale per cui vi consiglio di non festeggiare troppo a chi ha a cuore la democrazia nel mondo.

Sarà anche per colpa delle mie letture (come American Tabloid di James Ellroy) ma difficilmente riesco a tifare per un qualunque candidato politico americano rep o dem che sia.

Al di là del contesto storico dell‘American Land  che rende ogni possibile “ragion politica” sfumata e confusa (pochi ricordano che Lincoln era un repubblicano mentre invece buona parte dei democratici appoggiava la causa confederata o che fu il presidente Ike Eisenhower, anche lui repubblicano, a permettere ai colored di entrare all’high school dell’Arkansas con un’azione di forza militare contro il governatore di quello stato, il democratico Orval Faubus) e restando agli ultimi anni, quel che è inteso come “esempio di democrazia”, nonché esportatrice di essa, ha un sistema elettorale nazionale bipartitico che rende, da tempo, impossibile ogni confronto sui temi e rende tutto uno show televisivo della sfida a due che piace tanto agli americani. Peccato che non si svolga a mezzogiorno fuori da qualche saloon, verrebbe da dire.

Il partito democratico, che i sinistri kennediani de noantri (leggi Uolly Veltroni, Ciccio Rutelli o il filosofo lagunare Cacciari e i loro giovani seguaci come il ministro Speranza) hanno sempre portato come esempio di sinistra e democrazia in realtà da decenni ha escluso da ogni possibile grande ambizione ciò che di (poca) sinistra c’era in quel partito, da Jackson ad Hart fino a Sanders. Nonostante siano loro a portare la maggior parte dei voti (basta guardare le convention vuote di Biden e della Clinton e gli stadi stracolmi di Sanders e la Cortez) ma i meccanismi elettorali delle primarie portano inevitabilmente al candidato più conservatore. Clinton quattro anni fa, Biden oggi.

Sinceramente non credo che Biden oggi abbia la forza di riproporre quelle misure che abbiamo atteso vanamente, almeno in buona parte da Barack Obama sulla riforma sanitaria, i debiti degli studenti e soprattutto sull’ambiente. Gli Usa si erano dovuti accontentare di compromessi al ribasso cancellati da Trump nei primi mesi del suo incarico.

Cosa può fare Biden oggi?

Ridimensionare la diffusione delle armi e rendere più difficile accedervi? neanche a pensarci. La riforma sanitaria? Con una camera la cui maggioranza democratica risulterà ridimensionata (se ci sarà, i risultati ancora non sono definitivi… e siamo al 10 novembre, ah già… this is the american way) e con un senato in perfetta parità o quasi? praticamente impossibile. L’ambiente? Ecco, su questo ho un minimo di fiducia che possiamo attenderci qualcosa di sensibilmente meglio rispetto a Trump. Ma i provvedimenti drastici (quasi tutti di economia interna) che andrebbero presi per salvare il pianeta sono tanti e tali che ci fa pensare che il treno sia ormai perso. (Earth’s deadline in the year 2025; minuto più, minuto meno. Ricordiamolo che fa sempre bene)

Sono considerato notoriamente pessimista probabilmente a causa del fatto che cerco di usare la ragione, ma al di là dell’indubbio benessere che deriverà dall’aver allontanato una persona mentalmente disturbata (lo dicono ben 700 psichiatri americani) dalla poltrona più importante del mondo, vedo ben pochi motivi per esultare.

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